Per me, scrivere, così come leggere è sempre stato non solo parte essenziale del mio lavoro, un piacere “quasi” infinito (e in questo sono stato una persona fortunata che però per questo ha corso anche i suoi bei rischi, sempre); e infine scopro adesso è anche un mio modo, il mio, di pregare, di parlare.
Così parlo da sempre e non solo con Dio e con la fatica quotidiana, tanto che mi costerebbe di più non farlo e, ancor di più, fare altro: un altro mestiere, insegnare in una scuola, andare in ufficio, riparare elettrodomestici e impianti elettrici per clienti di ogni tipo.
Forse per qualche giorno potrei provar gusto a fare il pane: azzardo; a mettere un po’ di piantine in un orto: non so.
So che non ho saputo fare altro in ogni caso; e che questo è il mio modo di fare il mio dovere, che oltretutto costituisce pure un gran piacere. E che così sono contento: il giusto, non di più.
Certo, da quando mi è capitato (e “capitato” non sarebbe il verbo giusto) di tornare a considerare una dimensione “trascendente” nel nostro tran tran che va e che ci accompagna fino alla tomba; di scoprire altro, oltre il solito andazzo; non è che mi vada di scrivere di tutto.
Ci son cose che proprio non mi allettano in alcun modo. Ma insomma, per farla breve – che ho già detto troppo – è questo il mio codice e penso di essere nato per questo.
Leggevo giorni fa su “Avvenire”, in tema di oratori ed affini, la dichiarazione di una suorina che, là per là mi è sembrata azzardata; e che poi invece – fuori da qualsiasi moralismo di facciata - mi è sembrata vera ed essenziale, cogliendo il punto, il cuore del problema: “Noi qui non siamo chiamate a fare le assistenti sociali al posto di altri; e neppure le maestre – diceva con chiarezza la nostra religiosa – la mia vocazione è parlare di Cristo, nel modo che mi vien chiesto; e che costituisce la modalità della mia vocazione”.
Evviva la franchezza!
Ci ripenso ora, quando mi ritorna alla memoria la mia esperienza di catechista (o di catechizzato): che non ho mai amato (ho guardato anzi con diffidenza) fare il maestro supplente “ad usum”;
che insomma le stesse catechiste non sono mica maestre di serie B;
e che neppure io volevo esserlo (ma nenache di A, benintesi): non proprio, non esattamente; anche se le modalità son spesso quelle, con quello scimmiottare – mi si perdoni - programmazione didattica ed obiettivi da raggiungere: come nelle scuole.
Che semmai era di Cristo che mi andava di parlare, di Lui: senza fare un altro mestiere.
Insomma, evviva la suorina che non le manda a dire; e che insegna a tanti tra noi che nelle parrocchie non questo ci viene chiesto, e nemmeno di fare manovalanza, un’altra scuola e altre lezioni, magari in modo “altro” e inadeguato; senz’altro come se questo fosse il ruolo, “con la penna rossa”…
Il che non toglie che di gente volenterosa ne abbia incontrata tanta e tante brave mamme di famiglia: talora persino troppo brave, brave a far dolci, a cucire, a fare volontariato, la festa dell’ammalato, la giornata dell’anziano e quella del lebbroso.
E’ che io con quelle troppo brave – lo confesso - ho sempre avuto qualche difficoltà: preferisco quelle un po’ più strampalate, ecco: generose sincere e che non salgono in cattedra. Evviva la suorina!