La nostra storia – quella personale intendo – a volte ha bisogno di esser letta a partire da uno sguardo per così “distaccato”: come se uno la potesse guardare dall’alto, il che – perché avvenga – ha bisogno dei suoi tempi e comunque non è che garantisca verità assolute in tema di interpretazioni, mentre neppure ci premunisce da qualche inevitabile abbaglio: i granchi li prendiamo tutti.
Quello che gli Ebrei hanno imparato a fare a fatica (lo si legge nell’Antico Testamento) è proprio questo: non c’è storia umana che non abbia una ragione e che non sia leggibile alla luce di un piano che ci coinvolge personalmente e pure ci sovrasta, ci ingloba, pur senza annientarci. E’ quello che si impara infatti.
E se per la cultura nostra la storia è maestra di vita, per gli Ebrei la storia lo è ancor di più, in quanto in essa si impara a leggere la presenza di un Dio vicinissimo, sempre fedele alla sua alleanza.
Ma non voglio pontificare su temi che non padroneggio come vorrei.
Di certo, non c’è avvenimento della nostra esistenza che si sottragga, a ben guardare, a questa chiave di lettura; purchè non si voglia vedere tutto e subito e giungere ciò nondimeno alle conclusioni immediate ed affrettate che spesso invece sono miopi e fuorvianti.
Forse, basterebbe dire, che bisogna aver fiducia in questa prospettiva e che una coscienza pulita (nessuna lo è mai del tutto, in verità) alla fine sarà premiata da questa consapevolezza, che in fondo è già premio e consolazione.
Tutte le vicende veterotestamentarie si muovono in questa dinamica. Adesso mi vine in mente disordinatamente di Daniele nella fossa dei leoni, di Anania Azaria e Misaele, di Giobbe e Tobia; dell’esercito di Giuda Maccabeo opposto alle forze strabordanti di Lisia; della vicenda di Giuseppe e di quella favolosa ed esemplare di Mardocheo.
C’è una giustizia alla lunga, persino in questo mondo, e su questo bisogna confidare senza porre limiti di tempo al Padreterno “entro la tale data, altrimenti…”, come Giuditta ricorda agli assediati di Betulia.
Dio interviene a sostegno di chi ha fiducia in questi tempi lunghi, nel fatto che anche il dolore e l’ingiustizia hanno un senso, una finalità salvifica e alla fine Egli non abbandona chi si affida a questa certezza, con tutti i dubbi che pure l’assalgono di continuo e col timore di di essere abbandonati “Elì, Elì, Signore perché mi hai abbandonato?”: lo dice anche il Cristo prima di spirare.
Provo in questi momenti a chiedermi se so essere fedele a questa chiave di lettura, a questa fiducia incondizionata e leggo gli ultimi avvenimenti della mia vita. E a volte mi sembra che tutto ritorni: tutto qui.