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Le dita di Irene

Pubblicato da enzo cilento su 20 Ottobre 2014, 15:45pm

Tags: #in vista

Mia nonna paterna portava un nome bellissimo, Irene. Lo portava con noncuranza, anche perché al suo paese era una devozione diffusa quella per la santa, festeggiata come oggi, il 20 di ottobre. E così si chiama la prima delle mie sorelle. Un nome e una Pace, che è poi quella che cerchiamo, tutti...

Di mia nonna ricordo le mani nodose, soprattutto, deformate dall'artrosi e dal lavoro di sarta che aveva fatto con passione, anche in America dov'era stata da giovane, da emigrante. E' la cosa di lei che ricordo meglio, come un anello vistoso di oro antico che recava su di una di quelle dita un po' contorte, un po' deformi. E poi mi ricordo le polpette che mi preparava e infine una frittata con gli asparagi che mi faceva trovare quando abitavo con lei, dopo la partita di pallone, al suo paese.

Di lei ricordo infine un albero di Natale che ho cominciato ad addobbare negli anni in cui frequentavo l'Università. Ogni anno, da allora, mi aspettava e un po' mi reclamava per metterlo su, quell'alberello sintetico di Natale.

Insomma, di lei ricordo tanto, a ben vedere.

Invero, di tante persone ricordo un particolare, qualcuno. E se rifletto, su ciascuno di loro c'è qualcosa che mi torna alla memoria: è un bel gioco, neppure troppo struggente.

Di mia mamma i denti bianchi che mi fan pensare al sorriso della Madonna; di altri, un neo sulle labbra; di quell'altro ancora lo sguardo. E di mio nonno materno, dico, stranamente, la voce, l'accento.

Da quando son venuto a viver qui, a poca distanza da casa sua, in Umbria, la risento ancora più spesso, la sua voce e la sua cadenza; e mi sembra di essere tornato a casa, anche se poi di case ne abbiamo tante, invero e questo è un posto in cui non avevo mai abitato.

E mi sento come uno che cerca di tenere insieme i pezzi della sua vita. Questo mi rende felice, dico; e mi fa sentire come quelli che un cerchio si chiude e insomma non sono troppo lontani da quel che sono, da quel che son stati, dalla propria voce, quella interiore, quella del sangue e delle viscere, insomma, quella dove Dio ci ha dato il la, perché facessimo la nostra parte, dopotutto.

E in fondo siamo qui per questo!...

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