Qui c'è un mare di gente, d'estate, e la spiaggia non è come quella d'inverno che cantavano Ruggeri e Bertè. Anche se il vento agita indubbiamente anche noi.
Scriviamo tutti da una sorta di spiaggia sull'Atlantico, vicini all'oceano, tutti convinti di essere stati nel giusto, di esserlo, di non essere stati compresi e di essere stati perseguitati: magari anche solo dalla congiuntura.
Colgo stamani persino nella voce del diacono una sorta di emozione mentre pronuncia il "discorso della Montagna" ed elenca le beatitudini che, tutte, trascolorano e lasciano intravedere il volto del Cristo. I poveri, i giusti, quelli perseguitati, gli umili, quelli che sono nella tristezza, sono soprattutto lui. Chi vuole essere beato in questo senso, sa bene che questo è il volto della beatitudine. Tutto qui. E anche senza vittimismi di sorta. C'è gusto ad essere beati.
Ci sentiamo incompresi, certo, perché conosciamo le intenzioni del cuore. Poi è ovvio che difficilmente le intenzioni, di chiunque, siano quelle di fare il male, proprio o altrui, gratuitamente.
Mi dico sempre che il peccato, quasi sempre, quando non è malizia, è solo un errore di valutazione, o più ancora un fallo della nostra volontà. Chi può incolparcene?
Sarebbe il caso - mi dico - di passare ad esaminare il modo stesso in cui opero e decido; in cui compio le mie scelte. Per vedere se e in quale misura posso sentirmi non compreso, o tradito, talora anche da me stesso. E' così che finisco con lo scoprirmi molto meno "malvagio" di quanto non temessi.
Si può dire che qualcuno di noi avrebbe desiderato essere motivo di divisione e di lite? Si potrebbe sostenere che non avremmo desiderato essere un segno della sua pace? Di amore di armonia, di serenità?
Forse che non avremmo desiderato rendere la vita migliore a chi incontriamo? Forse che non avremmo voluto credere di più e meglio, capaci di spostare le montagne: altro che granellino di senape?
Insomma, con un realismo che non ammette repliche, onesto, non possiamo non ammettere che facciamo continuamente esperienze dello iato che intercorre tra come vorremmo essere e quel che siamo; il nostro modo di comportarci e di sentire è evidentemente frutto di quanto manca alla capacità di fare quel bene che pure in genere siamo in grado di riconoscere, per sommi capi.
O si cede allo sconforto allora e ci si abbandona al fluire inutile del nostro fallimento; o invece si prova ad accettarci, ad affidarci così come siamo, come fa chi impara a nuotare e a recitare, con colui, coloro che ci devono fare da istruttori.
E' un passaggio drammatico e decisivo questo.
Il suo contrario è la disperazione, appunto.
Il diacono incespica sulle parole e si ferma, mentre legge di coloro che verranno perseguitati nel nome di lui. E noi lo facciamo con lui. Ci sembra senz'altro che le nostre buone intenzioni non siano state capite: da altri uomini, fallaci, esattamente come noi.
E' un martirio dolce eppure sordo, inespresso, senza parole, quello di tutti, quasi tutti, quello di essere fraintesi. Al punto che per loro la salvezza è già qui, come una Via della Croce.