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Giusti al tempo delle Br

Pubblicato da enzo cilento su 17 Maggio 2014, 15:00pm

Tags: #mater et magistra, #visibile

Una mattina del 1978 – noi eravamo solo dei ragazzini – ci svegliammo alla notizia neanche troppo traumatica a dirla tutta, considerata la nostra età e l’atmosfera che stavamo vivendo nel Paese, che tre guardie della scorta, in via Fani, a Roma, erano stati uccisi in un agguato terroristico e che era stato contestualmente rapito il professor Aldo Moro, già presidente del Consiglio e segretario della Democrazia Cristiana.

La notizia – lo ribadisco e non certo per sminuire o svilire alcunché – era grave, gravissima, considerando le vittime, la modalità del gesto e infine la notorietà di Moro; ma in Italia ormai ci stavamo abituando al peggio, da anni, almeno da un decennio, strategia della tensione o meno che fosse: da piazza Fontana in poi.

Di quei mesi di prigionia è stato detto tutto: o forse non proprio, considerando i segreti di Stato e le molte reticenze in merito.

Una volta raccontando di Craxi e della trattativa che i socialisti avrebbero voluto tessere con le Br; altre, richiamando in ballo le conoscenze e i silenzi del poi-picconatore Cossiga; un’altra evocando la linea del rigore dei comunisti italiani (“con i terroristi non si tratta”; salvo chiedersi se e quali responsabilità storiche non vi siano state anche all’interno dell’arco costituzionale e della politica parlamentare, “né con, né contro” di certi schieramenti politici);

un’altra infine rileggendo le memorie dei politici del tempo, tutti prodighi di riflessioni e di “memoires”, al modo degli antichi; tanto che ultimamente leggevamo anche di Andreotti e delle sue lettere pubblicate ad un anno dalla morte, nelle quali lo statista romano si sarebbe detto tra le altre cose “profondamente stupito” di non essere stato scelto al posto di Moro, considerando la portata della sua sfida al terrorismo: “ho sempre difeso lo Stato” – reclama in una sua lettera successiva, scritta al tempo dei processi intentatigli per collusione con la mafia (siamo all’inizio degli anni 90).

“E’ stata tutta la gloria e la fortuna goduta nel passato che ora chiede il conto” – sottolinea Andreotti, che in ogni caso ritiene di avere avuto abbastanza dalla sua lunga esistenza (“nulla a che vedere” con “Il Divo” di Sorrentino, scrivono oggi i curatori di quell’epistolario).

In quei mesi vissuti tra notizie trapelate e depistaggi, tra ricerche nei laghetti dell’Appennino ed inspiegabili amnesie sulle piste possibili e note nella Capitale; quando la speranza si affievoliva e le lettere, vere o dettate, di Moro seminavano il panico lo sconcerto e i sensi di colpa nella classe politica nostrana; si alzava davvero drammatica la voce di uno che ne implorava la liberazione, “prendete me al posto suo”.

Costui era Giovanbattista Montini, papa col nome di Paolo VI, il papa debole, il papa intellettuale, il papa Amleto, per molti, e che invece nell’occasione si metteva sulle barricate, esponendosi anche con coraggio, anche in nome di un’antica amicizia, di una comune antica militanza nella Fuci.

Quelle parole si possono ancora ascoltare nei filmati dell’epoca e sono vibranti anche se pronunciate con una voce che non è quella stentorea di Giovanni Paolo II, e non ha nulla di attoriale e teatrale: è la voce di gola, strozzata, di un uomo addolorato

Non le capirono.

Qualcuno spiegò tutto alla luce del solito binomio Chiesa – Democrazia Cristiana. Molti vi intravidero solo la spinta umana – la debolezza - dell’amicizia personale.

Quando la Chiesa alza così la voce – pronta a mettersi in gioco e a sfidare – quando sa essere dalla parte della giustizia e dell’umanità, fino a spendersi in questo modo; essa rende ragione del suo esistere: non in altri casi. O sta con chi soffre o non ha ragion d’essere. Non c’è bisogno di un altro potere muscolare e oligarchico, burocratico: non c’è bisogno di un altro Stato.

Quell’uomo esile ma deciso, Montini, vibrante e sensibile, sarà proclamato beato il 19 di ottobre, com’è noto: ne siamo contenti, come di ogni giusto che si batte fino allo stremo, perché altri uomini possano vivere in dignità, perché non prevalga la bestia che è in noi.

I meriti di papa Montini sono molti altri – è ovvio – papa del Concilio e del dialogo con i lontani e con il mondo della cultura, tra l’altro: è lui il pontefice più citato da Benedetto XVI e oggi da papa Bergoglio.

Il che del resto non cambia di una virgola la nostra opinione: la santità è solo un atto di verità e di coraggio nei confronti dell’uomo; non è mai trionfo di un’ideologia.

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