C'è una santità silenziosa, in questi giorni di trambusto: ed è la santità della pazienza, di chi è costretto ad esercitarla.
Anche Francesco ne ha parlato di frequente, in passato. E' la santità di chi affronta le cose della vita - quelle che "fanno piangere i poeti", come diceva una vecchia canzone - mettendocela tutta, perché nulla ci si può rimproverare: talora vivere è faticoso.
E non sto qui ad elencare i perché.
Se si pensa a questo modo, l'unica cosa di cui ci si potrebbe rimproverare, talora (ed anche qui avrei qualche dubbio in merito), è quella di non provare ad opporre resistenza, di lasciarsi andare; come se il motto giusto sia quello reso una volta celebre dal procuratore milanese Francesco Saverio Borrelli, durante Tangentopoli, "resistere, resistere, resistere".
E talvolta resistere è davvero difficile: alla tentazione di non resistere affatto, e di lasciare che le cose accadano: "let it be" - diceva un altro testo studiato per la musica, anni fa.
Non buttarti via - direi semmai- ed è quello il male più grande che si possa commettere: dont give up - suggerivano Peter Gabriel e Kate Bush vent'anni fa, cantando; dont loose your heart - come dicono infine gli inglesi: non ti abbattere.
Anche se abbattersi è molto facile e non è neppure colpevole, a questo mondo.
E' faticoso opporsi alla corrente e c'è chi suggerisce di non farlo: lasciati portare dalla corrente!
Tanto che per imparare a nuotare bisogna lasciarsi andare, come del resto per cantare e respirare di diaframma; per recitare bene e per riposare, con la respirazione di un bimbo, per rilassarsi e vincere lo stress: quasi che lo stress consista nell'opporre resistenza e benché - di contro - ci sia chi ti suggerisca di non opporti all'azione dello Spirito, da una parte; o alle tue inclinazioni, alla tua natura, alla tua indole, dall'altra.
A cosa dunque bisogna lasciarsi andare; e a cosa opporsi?
Forse si diventa santi a sopportare tutti questi buoni consigli e tutti questi maestri di vita, come il Quelo di guzzantiana memoria, che almeno era maestro del banale e dell'ovvio, del lapalissiano, della catalanata che ci faceva sorridere davanti alla tv vent'anni fa, quando anche Arbore era più giovane e meno banale di quel che lo ha fatto diventare l'adozione di un personaggio costruitosi nel frattempo addosso.
Il Padreterno terrà conto che ce l'abbiamo messa tutta - mi dicevo questa mattina mentre seguivo con poca attenzione un'omelia.
Che in fondo siamo così poco perfetti, così malmessi e maleducati, così condizionati dalla nostra storia e da quella altrui; che insomma abbiamo resistito fin troppo di fronte a tutto questo intreccio di velleità e di pretese mortificate dal nostro limite, che in fondo nessuno proprio potrebbe condannarci in un eventuale tribunale dell'inquisizione allestito in pompa magna post mortem.
Post mortem, si dirà che siamo stati dei santi a sopportare la televisione che strombazza; che vende sapere e santità; che svende cultura e piacere; a tollerare un mondo banalissimo e noioso, ingiusto; vicini immeritati, i peggiori del mondo; compagni di vita e di lavoro che ci hanno reso la vita difficile; uno Stato vampiro che ci ha succhiato il sangue e soprattutto il cervello; che abbiamo dovuto dribblare il traffico e le tette, i peni turgidi e le labbra gonfie, le chiappe tirate su e le rughe stirate che ci venivano messi sotto il naso perché desiderassimo e alla fine morissimo di noia e di nausea anche di questo; come di prodotti del supermercato, merendine e glasse, gelati e pizzette, intimo e pellame, profumi e gioielli, viaggi e comfort.
Che essere sopravvissuti a tutto questo è santità.
Che l'inferno insomma l'abbiamo già scontato, o Purgatorio che sia. Che insomma sugli altari non ci andremo, ma che abbiamo provato in tutti i modi a capire quello che fosse il meglio e il senso di questa vita.
E che alla fine, stremati, tirate le cuoia, siamo rimasti col boccone in bocca: ut unum sint - come diceva Giovanni XXIII: sì, certo, ma ciascuno a suo modo; e a debita distanza per carità!