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Tristezza e iconoplastica

Pubblicato da enzo cilento su 24 Febbraio 2014, 11:48am

Tags: #attuale

L’immagine liturgica contemporanea appare generalmente rivolta alla rappresentazione di un passato glorioso, senza drammi, di un mondo in cui ogni conflitto è già stato dominato e annullato. Ogni aspetto problematico dell’esistenza appare cancellato nella dolcezza vacua e inconsistente dell’immagine…

…nel mercato del sacro ci troviamo sempre di fronte per la maggior parte a rappresentazioni di cartapesta, di plastica, siano esse sculture, pitture o affreschi, a pallide ombre che vorrebbero ri-evocare le testimonianze trionfali della nostra tradizione cristiana.

Quando poi cerchiamo di comprendere come questa arte liturgica intende trasmettere i contenuti di fede, vale a dire gli aspetti più teologici, non possiamo che restare costernati nel constatare la superficialità delle immagini, che si presentano senza alcuna relazione con il mondo ufficiale dell’arte, pretendendo di farne a meno, considerandolo, con giudizi troppo perentori, inutile, morboso, provocatorio, difficile, sofisticato, elitario…

Uno degli aspetti dell’arte liturgica invece consiste nell’artificialità e nella banalità, nell’esaltazione tanto gloriosa quanto edulcorata di un mondo fatto di luci dorate e di eroi palestrati, di gesti retorici e di volti patetici, irreali e insignificanti evocazioni della nostra tradizione spirituale. Universo completamente separato dalla vita reale….

Queste nuove immagini dimenticano di assumere le sfide della propria epoca storica. Si presentano come autoreferenziali, inutili…

Per annunciare il Vangelo, occorre essere figli del proprio tempo. Bisogna vivere fino in fondo le contraddizioni e le lacerazioni dell’oggi, perché la buona notizia possa portare i suoi frutti. Cristo si è incarnato nel suo tempo, non certo vagheggiando un mitico tempo passato

(Andrea Dell’Asta – Avvenire 20 febbraio 2014)

Non resta che sottoscrivere in pieno quanto affermato, di fronte alla pochezza, alla piattezza dell’immagine liturgica.

Non si tratta solo degli orrori che riempiono le nostre chiese, oggi, ma della loro totale separazione e dall’oggi e dal cuore dell’uomo. Quale funzione possiamo attenderci, se non quella di rinfocolare solo una lettura consolatoria, bucolica, elegiaca della fede, vero nirvana del "dentro il tempio", mentre fuori infuria la tempesta?

Bisogna dirle queste cose e insegnarle; dare un seguito a queste intuizioni e a queste evidenti forme di insensibilità, verso Dio e verso l’uomo che oggi noi siamo. Cristo non è un quadretto oleografico da mettere in figurina, a ricordo della nostra prima comunione. Non è roba per anime estenuate e neppure per chi è stanco della vita.

Cristo è la rinascita della vita, in questo tempo e secondo il codice espressivo che lo caratterizza: è moderno perché è per sempre; non è nostalgia del passato, fosse pure Giotto e Michelangelo da imitare.

L’immagine liturgica non sia imitazione dunque ma sia espressione e provocazione: Cristo è un’eterna provocazione.

Di certi templi costruiti come la casa di Dio per sempre non c’è bisogno; Dio continua a camminare nel deserto e nelle tende degli uomini; parla con le loro parole, che sono spesso le sue, quelle che egli ispira.

Se solo agli operatori del sacro, ai ministri venisse insegnato anche questo: che l’immagine liturgica ha da sempre nella nostra fede un ruolo teologico, didattico, provocatorio, che punta alla conversione piuttosto che alla regressione, le nostre Chiese griderebbero di una promessa bella ed invitante, assolutamente vera, quindi praticabile, una promessa per l’uomo, qui, oggi, hic et nunc, semper.

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