Agli inquirenti e ai giornalisti, agli storici, vien chiesto che sia fatta luce sugli avvenimenti. Che si faccia luce su concetti e proposizioni, sulla stessa verità, vien chiesto ai filosofi ed agli intellettuali.
A ciascuno di noi è chiesto di gettare un fascio di luce sulle cose: nelle malattie e nelle truffe; sull'economia e in merito ai sistemi di governo; sull'uso dei nostri risparmi e le risorse del Paese.
Siamo insomma depositari e responsabili in prima persona sempre di un pezzetto di luce: anche su noi stessi.
Di fare chiarezza su di noi, per dire: anche sui meccanismi della nostra psiche; sulle reazioni a catena di cui siamo talora prigionieri; sulle possibilità concrete di poterci liberare di certi meccanismi deterministici.
Essere luce - in accordo col Vangelo di questa domenica - è essere luminosi e per certi versi trasparentemente ciò che professiamo; essere coerenti ed essere un motivo di speranza; un chiarore in fondo al tunnel ed una fiaccola nella notte; un richiamo luminoso ad una vita che sia meno umbratile di quella a cui ci hanno educato ed abituato; verso cui, sfiduciati, possiamo indulgere.
Detto poi che questa luce è indubbiamente nel nostro stesso genoma e nel nostro essere "spirituali" per vocazione e per costituzione; è chiaro che questa luce ci deriva a maggior ragione da una luce che si irradia in noi e su di noi e che per noi cristiani è Cristo stesso, luce del mondo (cioè nostra) sole senza tramonto; alla cui luce noi vediamo la luce, benché confusa come in uno specchio, come Mosè stesso ebbe modo di sperimentare nei confronti di Colui che Sono, di cui solo le spalle sono visibili, anche se vi si parla faccia a faccia, come se questo, il suo volto, non fosse in alcun modo contemplabile (visibile) se non come la luce che supera la nostra vista e la confonde, la eccede.
Ma - ricordo Madre Teresa - noi del resto possiamo solo augurarci e chiedere di essere un riflesso di quella luce, con la nostra vita: mostrando che un'altra vita - un'altra luminosità - è possibile, capace di trascendere l'individualismo e l'egoismo autosufficiente, per richiamarci ad una vita di relazione: rivolti verso la luce, quella riflessa in Altro e negli altri.
E' l'essere questa luce che ci rende pieni di un buon sapore, di essere saporiti, di saper di sale - sempre per riprendere il Vangelo - sale "non del pane altrui" da cui dipendere, quello amaro di cui Dante parla a proposito dell'esilio suo, di corte in corte; ma sale che si dona per insaporire i piatti di quelli che incrociamo lungo le tavole che la vita ci imbandisce.
La vita piena di sapore, la vita piena di luce: si vive per questo, consapevoli che questo è lo scopo del nostro essere in terra: dare sapore, rendere gustosa questa avventura, renderla visibile alla luce di un significato che rimandi a qualcosa che non si esaurisca come la cera di una candela.