L'attività umana, come deriva dall'uomo, così è ordinata all'uomo. L'uomo infatti quando lavora, non soltanto modifica le cose e la società, ma anche perfeziona se stesso. Apprende molte cose, sviluppa le sue facoltà, è portato a uscire da sé e a superarsi. Tale sviluppo, se è ben compreso, vale più delle ricchezze esteriori che si possono accumulare. L'uomo vale più per quello che è che per quello che ha. (Dalla Costituzione "Gaudium et spes" del Concilio Vaticano II sulla Chiesa nel mondo contemporaneo.).
Solo un paio di concetti: il primo che deve far riflettere sulla parabola (discendente?) della società occidentale e liberista.
E' evidente da queste parole che quegli anni (vedi il ricorso delle parole promozione e sviluppo) erano pieni di una ingenua fiducia un po' naif sulla sorte progressiva del nostro modello economico, culturale e di sviluppo.
Molta acqua è passata sotto i ponti e quel modello ha mostrato crepe insanabili, ingiustizie intollerabili, nell'ottica di una economia sempre più virtuale e vittima della finanza. Dove il lavoro non ha nessun peso: mentre molto ne hanno le speculazioni.
L'attività umana e il lavoro - come seconda osservazione - sono diventati sempre più non solo una variabile incerta e "a termine" per le ultime generazioni; ma oltretutto, proprio in questa prospettiva, sono sempre meno ordinati all'uomo, alla sua integritas.
Apprende molte cose da questo, l'uomo: a non credere al futuro innanzitutto - a sentirsi precario e quindi impossibilitato a programmare alcunché; impara a dimenticare la propria dignità di cittadino il cui diritto a vivere è condizione indispensabile e irrinunciabile per una esistenza dignitosa; che nulla sembra poter cambiare: neppure le buone intenzioni e le tesi programmatiche dei documenti ufficiali.
Che le ricchezze esteriori - infine - sono più che mai discriminanti tra chi può accumulare e chi invece deve rinunciare programmaticamente a farlo.
Cinquant'anni di vita secondo l'ottimismo del modello neoliberista hanno prodotto questo sovvertimento di attese e questa atmosfera spesso mortifera che non ha più nulla in comune con l'ottimismo pittoresco degli anni 60.
E la Chiesa stessa è chiamata a prenderne atto: con una nuova stagione di riflessione su modelli economici ed antropologici. A partire dal buon esempio di scelte sempre più sotto il segno della solidarietà, di rinnovamento nel campo della dottrina sociale, di sobrietà.