Si raccontano tanti aneddoti come quello registrato alla Sala Murat di Bari dove, nei giorni scorsi, in occasione della mostra "Display Mediating Lanscape", una meticolosa signora, addetta alle pulizie, avrebbe rimosso da un angolo dell'ambiente un mucchio di cartacce che si sarebbero poi rivelate essere una modernissima opera di arte contemporanea, di stampo concettuale.
Allo stesso modo (ma di casi analoghi, vere e proprie leggende metropolitane di genere, se ne raccontano tanti), durante una Biennale di Venezia di alcuni anni fa, una porta volutamente malmessa e scrostata, posta al centro di una sala, sarebbe stata rimessa a nuovo e verniciata da altrettanto premuroso addetto alla manutenzione.
Il collega Maurizio Cecchetti, prendendo spunto dal "rumor" di cui sopra, avrebbe benedetto la buona volontà della signora e il suo buonsenso, cogliendo insieme l'assoluta autoreferenzialità e pretestuosità di certa arte moderna e contemporanea, così lontana dal comune senso estetico che farebbe riconoscere a prima vista, universalmente, il bello anche alle fantomatiche signore addette alla manutenzione dei locali.
Detto che la fantomatica signora addetta alle pulizie (ignorante e dabbene) oggi non esiste più (quanti sono i laureati che fanno anche di questi lavori, peraltro rispettabilissimi, ai giorni nostri!); allo stesso modo in cui non esiste l'italiano medio e neppure l'artigiano tipo o l'operaio tipo (la società è assai cambiata rispetto a certi stereotipi di genere); forse ci sarebbe anche altro da chiedersi.
Ad esempio se non manchi in assoluto - a fronte di un appiattimento generale del senso del bello e dell'artistico (sono terminate nel frattempo persino le lezioni di storia dell'arte del precursore Sgarbi in tv) - una educazione generale all'arte e alle sue forme espressive che nel frattempo, assieme agli uomini, cambiano.
E' come se volessimo dire che il romanzo sia per sempre quello storico alla Walter Scott e alla Manzoni, dimenticando tutto ciò che è accaduto dopo; come se nel teatro si volesse dire che null'altro è venuto dopo Pirandello; che nel cinema siano ancora e sempre i tempi del Neorealismo.
E questo benché i nostri enti teatrali - in perenne e cronica crisi - sembra facciano di tutto per suffragare questa ipotesi senza tempo, producendo solo il già visto e cristallizzando l'offerta, condannandosi peraltro - questa volta sì - all'autoreferenzialità e all'estinzione, per il semplice fatto che non parlano più agli uomini di questo secolo XXI.
Non entro nel merito del disastro scuola anche in merito allo studio della storia dell'arte in un Paese che per millenni ne è stato la culla e che da essa dovrebbe ancora attingere per educare e per sopravvivere (turismo ed economia, indotto).
Entro nel merito però del discorso per cui neppure un brillante giornalista può brindare all'ignoranza del linguaggio (artistico o solo espressivo che sia).
La fatidica signora di cui sopra (anche quello della porta della Biennale) avrebbe ritenuto che le cose fossero quello che sembravano e a cui sarebbero "naturalmente" destinate.
Ben strana congettura - pericolosissima peraltro - perché, se così fosse, ogni simbolismo (penso all'arte sacra, al simbolismo religioso ad esempio) verrebbe - com'è - d'incanto azzerato; e il sale e l'olio, la candela del battesimo e della Pasqua, dell'unzione e chissà cos'altro ancora, privato del suo linguaggio simbolico, sarebbero legittimamente destinati all'uso per cui sono nati: a condire le lattughe.
Il che certo sarà, alla fine, se si sorriderà sempre e soltanto del fatto che le cose ormai non parlino più che solo di ciò che appaiono in superficie.