C'è in filo logico tra gli avvenimenti che ci riguardano e si susseguono: l'uomo e la sua natura, se ne ha una e se dipende da questa. Chissà in che misura oltretutto.
Certo, il pensiero che ogni singolo debba dipendere dalla natura di uomo, da ciò che caratterizzerebbe l'essere uomini, ci determina fino a toglierci il senso stesso della nostra libertà, della nostra possibilità di essere unici.
Ma non è questo, dunque.
Fino a ieri la Chiesa Cattolica, per una settimana, ha pregato (sic!) per l'unità dei Cristiani, giacché la divisione è un vulnus vergognoso.
Tanto che tutto ciò che divide i cristiani - abitudini e inclinazioni persino, emarginazioni e intolleranze più che non riti e formule - è scandaloso. Chiunque è stato toccato da Cristo non può che accogliere chiunque col solo desiderio di volere il suo bene, di farlo vivere felice, come Cristo dovrebbe rendere possibile in modo eminente (e noi sappiamo invece che i paletti sono tanti e anche le croci e i pali per l'impiccagione: la storia ne è piena).
Premesso che è a quel Cristo crocifisso che voglio bene, dico che ogni divisione, ogni azione tesa ad escludere, è un chiodo messo nella sua carne. Preghiamo pure, ma per carità: rispettiamo chi è diverso da noi. In ogni modo.
Così allo stesso modo, domani il mondo intero celebra il Giorno della Memoria: c'è un evento più simbolico ed emblematico di un Olocausto?
In Occidente no; in alcun modo.
E anche di questo, purtroppo, l'essere cristiani non ci ha immunizzati dalle responsabilità né dal risorgere di intolleranze e antisemitismi ciclici. Cristo non ci ha cambiati, dunque?
Stamani, durante la Messa, visto che sul solito foglietto della Messa del Giorno, alla voce "preghiera dei fedeli" si erano dimenticati di sei milioni di morti, ho pensato di ricordarlo io, dall'ambone: perché la belva umana non riemerga più e perché tutti in modo fattivo ci adoperiamo contro l'insorgere di ogni forma di persecuzione e di discriminazione.
Gli occhi dei più erano insensibili come quelli di un gregge silente.
Urlavano invece le viscere di chi non smette di indignarsi. Una volta sedutomi, ho pensato ad Edith Stein, alla processione dei morti di Auschwitz e di Birkenau; ho pensato a come Dio fosse lontano in quei giorni. E ho pensato che anche stamane sembrava essersi stancato di noi.
Di questo essere dalla natura meschina, senza dignità, di questa creatura che non vuole crescere e che ha smesso di volergli somigliare.