Quel "cristiano reso conforme all'immagine del Figlio che è il primogenito tra molti fratelli, riceve le primizie dello Spirito per cui diventa capace di adempiere la legge nuova dell'amore. In virtù di questo Spirito, che è il pegno della eredità, tutto l'uomo viene interiormente rinnovato, nell'attesa della redenzione del corpo".
Ho tratto questo passaggio dalla Gaudium et Spes, uno dei documenti conciliari che quest'anno avremmo dovuto rileggere in occasione dell'anno della fede. Ma mi sono anche detto che voglio liberarmi per un giorno del mio spirito critico, da giornalista, per cercare di assumere un atteggiamento più positivo riguardo alla realtà. Non si tratta di ottimismo (anche il papa ha sostenuto di recente che il cristiano non è in sé ottimista e superficiale), ma di speranza, magari fondata.
In realtà, dobbiamo pensare giusto alle "primizie" dello Spirito che ci fanno guardare alla realtà con occhi nuovi: anche con meno pessimismo. Che ci fanno operare perché le nostre speranze non siano illusorie; che ci fanno combattere per mantenere viva in noi l'intuizione del da farsi - prima di tutto su noi stessi - e non ci fanno scoraggiare di fronte a situazioni, anche interne alla Chiesa, che sembrano contraddire queste primizie.
Ma Bergoglio, fortunatamente, dai rischi del clericalismo e dell'autoreferenzialità non smette mai di metterci in guardia, anche nell'Evangelium Gaudium, ricordando, come già faceva il testo da cui sono partito che "Cristo infatti è morto per tutti, e la vocazione ultima dell'uomo è effettivamente una sola, quella divina; perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire associato, nel modo che Dio conosce, al mistero pasquale":
Di questo modo speciale ognuno può parlare per sé, osservando la propria esistenza, il proprio cammino, la propria "felicità", perché la letizia se non è contro di noi, e non agisce che per il bene, è con noi - verrebbe da dire. E ad ognuno va garantita questa possibilità di aderire a questa legge nuova dell'amore, che è anche amor di sé, custodia di sé: l'amore per gli altri nasce del resto proprio da questa armonia io/tu, direbbero i dotti.
Mi interrogo spesso sulla misura in cui riusciamo davvero a riflettere l'immagine del Figlio e ieri mi colpiva in merito un articolo che Giovanni Reale dedicava alla stessa immagine "fisica" del Cristo.
Era bello il Cristo? - si chiede il filosofo.
Non tanto da piacere e da attirare sguardi che potessero farlo divenire un oggetto di desiderio. La sua bellezza (divina?) era una trasfigurazione della bellezza umana e quindi estetica. Dopotutto, la preservazione da questa dimensione del piacere solo estetico e quindi autoreferenziale, narcisistico, è la stessa a cui deve puntare la nostra tensione a somigliargli: non per piacere agli altri (e compiacere loro) ma solo perché siamo trasparenza di questo Spirito che ci rende fratelli somiglianti allo stesso Figlio che non considerò la sua uguaglianza con Dio la "conditio sine qua non" per incarnarsi, ma umiliò se stesso fino ad accettare di essere respinto e crocifisso, piuttosto che di trionfare.
Non sappiamo in quale modo si possa, ciascuno di noi, essere associati, al mistero pasquale: che è poi sempre mistero di Risurrezione. Di certo, passa attraverso la fedeltà la coerenza l'autenticità e non di rado l'incomprensione, vale a dire la croce. E di ciò, ciascuno di noi fa esperienza: in famiglia e sul lavoro.
"Il cristiano - continua la Gaudium et Spes - certamente è assillato dalla necessità e dal dovere di combattere contro il male attraverso molte tribolazioni..."
E direi neppure solo il cristiano, ma l'uomo di buona volontà.
Tribolazioni, dunque: "Beati quelli ch'el sosterranno in pace che dal Signore siranno incoronati". - diceva un poverello di Assisi.