Ora c'è un decreto del governo: da oggi esiste anche un reato per la combustione dei rifiuti non autorizzata.
Eccolo dunque il primo passo del sistema pachidermico che interviene sul tema "Terra dei fuochi". Si fa così, in questo Paese: per anni le cose accadono e nessuno sembra accorgersene. Connivenze, guadagni illeciti omertà e magari ricatti. Dove eravamo rimasti? Anzi dov'eravate? - verrebbe da chiedersi. Oggi sfilano tutti: sindaci ed amministratori; mentre la Chiesa e l'Aricidiocesi, don Patriciello e mons. Sepe a giusta ragione guidano la sollevazione.
Dove eravamo? La domanda si pone sempre e non solo per fare dietrologia. Il dovere di denunciare, quello di essere testimoni della giustizia, di essere dalla parte dei poveri dei derelitti e dei dimenticati non viene mai meno, anche a rischio dell'incomprensione della derisione e della marginalizzazione: "quante divisioni ha il Papa?".
E quante il card. Sepe?
Può capitare che qualcuno faccia questi calcoli. E che da questi si resti penalizzati e ridimensionati. Ma le battaglie si fanno.
La Chiesa - d'accordo o meno che si sia - combatte le sue buone battaglie: qualcuno invero di retroguardia. Oggi si combatte sul fronte famiglia tradizionale, sui diritti dei minori, su quelli degli immigrati; sul diritto alla vita. Con posizioni più o meno condivise.
Essendo poi fatta di uomini, non di rado è giunta tardi, a bimbo morto, come si dice: come nella condanna del Nazismo e delle leggi razziali; come sulla questione di un nuovo modello di sviluppo, sostenibile, con annessi e connessi alla tutela dell'ambiente (o del creato): come si preferisca dire...
La sensibilità sul tema, che ci riporta a bomba sul decreto e sulla terra dei fuochi, è maturata solo di recente in ambito cattolico. Ma sarebbe inutile fare la conta di chi è arrivato primo. Potremmo tirare in ballo l'amore per il creato che è inscritto in tanto misticismo cristiano, nel francescanesimo ad esempio, letto talora anche in chiave un po' edulcorata. In ogni caso non è mai stato argomento di dibattito culturale diffuso in ambito ecclesiale fino a tempi recentissimi, mi sembra, mai in modo critico e produttivo: non si è trattato di un tema portante.
Il creato invece è quanto ci è stato dato in eredità, è il bel giardino che ci fa così feroci fino a contendercelo a sprangate; è quanto ci dà da vivere e da mangiare, da respirare.
Gli scolastici direbbero che l'aria stessa è una causa adeguata perché essa sola ci consente di restare in vita, mentre don Patriciello giorni fa ricordava i miasmi che gli infestavano casa (che non lo facevano respirare) e che lo hanno spinto a darsi da fare nello scortare per discariche ministri e giornalisti per mostrare loro cosa sia divenuta la terra dei fuochi.
E se il fuoco, "bello robustoso e forte col quale tu enallumini la nocte", è lo stesso con cui Dio guida il suo popolo nel deserto e con cui parla fin dal roveto che arde, il fuoco di questa terra è il fuoco delle guerre, delle città in fiamme, del suolo infestato dalle nostre scorie.
"Per amore del mio popolo non tacerò" - diceva Isaia, scomodato nell'occasione dal card. Sepe. Bisognerebbe mai venir meno a questa missione profetica: il giardino fa parte delle cose che sono state date in consegna o in custodia all'amministratore: di questa terra hai fatto un ricovero di morte!
I grandi ordini religiosi, tutta la famiglia benedettina, cluniacensi e cistercensi, per dire, alla terra dedicarono quella cura che non solo la rese produttiva per sé e per la propria sopravvivenza (non è un delitto) ma che costituì oltretutto davvero un mezzo di tutela del territorio con la manutenzione delle colline e dei terrazzamenti; degli invasi e dei letti dei fiumi, dei boschi e della montagna; con un rispetto per quel ciclo biologico che ne fece tutori pastori della sua vita: di quella del creato. Non solo preghiera ma operosità nel solco dell'armonia tra le creature: "ora et labora".
Chi lavora in modo responsabile restituisce alla terra il suo e già con questo prega ringraziando Dio per la bellezza e la ricchezza di quanto gli ha dato, le condizioni che rendono possibile il suo esistere; ben sapendo che nessuna ricchezza si moltiplica da sé: che come un corpo va tutelato e va custodito; che il respiro del mondo, la sua anima vitale chiede la nostra collaborazione, noi collaboratori della creazione.
"Laudato sii o mi Signore con tutte le sue creature": non solo con noi.
Che solitudine per l'uomo un mondo in cui l'uomo non incontra che se stesso e le scorie, la melma che egli produce. Sommersi dai nostri rifiuti, da quanto le nostre viscere sazie continuano a vomitare in faccia a quanto Dio ha donato a tutte le sue creature.