"Il bello della Chiesa - diceva il Papa in una udienza del 9 ottobre scorso - è che ognuno porta il suo, quello che Dio gli ha dato, per arricchire gli altri. E tra i componenti c'è questa diversità, ma è una diversità che non entra in conflitto, non si contrappone; è una varietà che si lascia fondere in armonia dallo Spirito Santo; è Lui il vero Maestro. Lui stesso è armonia".
Certo, Santità, l'esperienza che facciamo in ambito ecclesiale è molto meno impregnata di questo Spirito da lei richiamato. La contrapposizione del resto non è sempre una scelta volontaria di chi è portatore di questa varietà, ma come tale è avvertita proprio in quanto diversità, laddove è l'uniformità e non l'armonia il principio a cui è ispirata l'unità e l'amalgama.
Essere anticonformisti per il piacere di esserlo costituisce sempre un atteggiamento esteriore piuttosto che non una condizione di essere; esserlo considerati, in quanto non uniformati al modello corrente, può diventare lo strumento col quale bollare a mortificare ogni personalità, il che infine non corrisponde in alcun modo alla volontà di accogliere ciascuno con il suo, tale da arricchire gli altri.
"Accettiamo l'altro - riprendeva Bergoglio nella stessa catechesi - accettiamo che vi sia una giusta varietà, che questo sia differente, che questo la pensa in un modo o nell'altro - ma nella stessa fede si può pensare diversamente - o tendiamo ad uniformare tutto? Ma l'uniformità uccide la vita. La vita della Chiesa è varietà, e quando vogliamo mettere questa uniformità su tutti, uccidiamo i doni dello Spirito Santo. Preghiamo lo Spirito Santo - concludeva il Papa - che è proprio l'autore di questa unità nella varietà, di questa armonia, perché ci renda sempre più "cattolici", cioè in questa Chiesa che è cattolica e universale".
E' a questa leggerezza dello sguardo e a questa apertura insomma che vanno ispirate le nostre azioni all'interno della Chiesa anche perché lo starci sia garanzia di autenticità e di felicità, fare esperienza di stare bene assieme.
Le nostre esperienze, anche giovanili, all'interno della Chiesa e dei suoi movimenti, massimamente in quei gruppi parrocchiali che poi hanno finito per concludersi in piccole agenzie matrimoniali autoreferenziali per gli adolescenti che ne facevano parte, parlano un'altra lingua. C'è da augurarsi che, come ogni lingua viva, anche quella della Chiesa tenda a trasformarsi senza ipocrisie: non possiamo parlare una lingua da iniziati comprensibili solo al consueto minuscolo gruppo di iniziati in divisa. Forse, possiamo provare a parlare a tutti, per provare a capire la bellezza del linguaggio espressivo e creativo di tutti.