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Joan o del risentimento

Pubblicato da enzo cilento su 17 Dicembre 2013, 20:30pm

Tags: #attuale

Non discuto sulla grandezza dell'artista: notevole.

Joan Fontaine è stata davvero una icona cinematografica da Hitchcock in poi. Con lui, l'attrice ha potuto vincere un Oscar, nel 42; ed altri ne ha sfiorati: da Suspicious a Rebecca.

Bionda, algida, la Fontaine: come tutte le bionde amate dal regista: come Grace Kelly e come Kim Novak appunto. Al fianco di Laurence Olivier, di Cary Grant, se n'è andata due giorni fa a 96 anni: di lei restava il ricordo negli annali del cinema, quello che non c'è più: che riempiva le sale e l'immaginario della gente.

Ogni volta, a vedere quelle foto, per un cinefilo come me, viene un tuffo al cuore. Anche se ci hanno insegnato a diffidare del divismo.

E' che ci li avevano confezionati così quegli uomini e quelle donne, in un'età che era stata difficile, di guerra e poi di recupero dalle macerie: tra i 30 e i 50. Ed alcuni di loro erano davvero dei giganti. Anche se erano soprattutto bionde e fatali - come l'opulenza - irraggiungibili; erano platinate ed erano semidee; erano belle e ben vestite; erano l'eterno femminino; erano il fascino, la seduzione, la grandezza, il carattere, la tenacia; il successo ottenuto con la forza e la temperanza, in molti casi: donne fattesi da sole nell'America che idealizzavamo, il Paese delle Grandi Chances.

Così era per la Crawford e la Bette Davis; così per la Hepburn e la Hayworth; Lana Turner la Gardner; ma così in fondo per tutte le altre. Era un altro mondo. E il cinema era una fabbrica di persone arrivate tra lacrime e sangue.

Joan Fontaine non era l'unica icona del cinema, in famiglia.

Sua sorella, Olivia de Havilland, la Melania di "Via col Vento", ancora in vita a 97 anni, fu separata da lei da una rivalità feroce: "ho vinto l'Oscar prima di lei - diceva Joan - se dovessi morire pure prima di lei, sono certa che diventerebbe livida di rabbia".

Così che le due si tolsero definitivamente il saluto - dopo essersi contese i copioni per una vita - fin dalla cerimonia degli Oscar del 1975. Da allora più nulla. Il divismo insomma non aiuta a vivere e non rende sempre le persone migliori.

Miserie umane certo; di fronte alle quali non basta una vita lunga un secolo, un successo mondiale intramontabile, un'aura di divinità che ti circonda fino a fare di te una divinità, per farti essere una persona capace di perdonare e di fare la pace: l'idolo di noi stessi spesso ci sovrasta.

Certi miti di celluloide meglio che rimangano lì, per dirla tutta: venuti in terra (vedi La rosa purpurea del Cairo) mostrano la loro impalpabilità, la loro fragilità e quel po' di artificio e di finzione che sta dietro ogni grande interpretazione; e che in fondo non salva neanche te stesso dai tuoi fantasmi.

Non per rinverdire che "omnia vanitas", ma tanto per incitare chi vive d'arte a fare della propria vita la migliore delle proprie interpretazioni: tutto qui.

Gli uomini in platea ci ricordano per certi fotogrammi; quelli che ci sono stati vicini principalmente per il ricordo concreto della nostra umanità. Tutto, come sempre, affidando alla grande misericordia di Dio.

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