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Calci e nostalgia

Pubblicato da enzo cilento su 18 Dicembre 2013, 18:53pm

Tags: #attuale

Ma nessuno deve stupirsi in fin dei conti: è successo ad altri pezzi della nostra storia e dei nostri sogni d'infanzia: di sparire.

Una volta - da ragazzino - per una assonanza cromatica con la mia squadra del cuore, provavo una irresistibile simpatia per i colori del Pisa Calcio. A rappresentarlo, la voce roca e la naïveté di Romeo Anconetani che cospargeva di sale l'area di porta degli avversari.

Romeo fece affaroni d'oro scovando ovunque nel mondo nuovi piccoli campioni; ma incappò anche in qualche irripetibile equivoco. Una volta rilevò dagli uruguaiani dei Danubio, tale Washington Caraballo, che finì col tornare presto in patria per fare il tassista. Ma quel calcio d'antan - come si dice - un po' romantico ed avventuroso era il nostro divertimento e, come sfogliando un album di figurine Panini (a questo proposito è appena scomparso l'ultimo degli eredi Panini - Modena), si prendevano giocatori mai visti dal vivo e spesso spacciati per campioni, pur non essendolo.

A noi piaceva tanto quel tocco d'esotico in campo (allora era un'eccezione) e i nomi stranieri ci facevano sognare fantasmagoriche novità tecniche e gesti che mai avevamo visto in tanti anni di calcio autarchico e sparagnino.

Il Pisa - si diceva - glorioso come questa storiella di gioventù - simile alla favola dell'incredibile leggerezza dell'essere (erano gli stessi anni in cui persino le piccole Verona e Sampdoria potevano vincere i campionati: l'elogio della fantasia) - l'onta del fallimento l'ha conosciuta. Come altri: le squadre di Trieste e di Piacenza, di Foggia e di Venezia; quelle di Avellino e di Salerno, tutte vecchie glorie di quegli anni che sanno di freschezza.

In questi giorni è toccato ad Ascoli.

Di quella favola marchigiana ricordo come tutti, il vecchio Costantino Rozzi e le sue imprese edili che rifecero gli stadi di mezza Italia; lui con la sua verve, i suoi pittoreschi interventi al Processo del Lunedì, appena nato, un vero arruffapopolo.

E poi amarcord il "Magara", al secolo Carletto Mazzone, romano del Testaccio ma ascolano di adozione, che correva sotto la curva degli avversari per vendetta e per soddisfazione, lui che scoprì Totti, detto "er Pupone". E ancora - come a Pisa - tanti sconosciuti arrivati in provincia da mondi lontanissimi - come quelli di Antonella Ruggiero - Zahoui che non giocò mai e proveniva dalla Cote d'Ivoire; Trifunovic e Cvetanovic; Juary soprattutto, brasiliano di 160 centimetri che quando segnava andava a fare la danza della bandierina come un Sioux intorno al suo totem. Juary era venuto ad Avellino, in principio: poi svernò in mezza provincia d'Italia: non un campionissimo, ma un mostro di simpatia umana.

E altri infiniti aneddoti si potrebbero raccontare su questa squadra che rappresentava la sana provincia d'Italia (Ascoli ha poco più di cinquantamila abitanti) in quegli anni tutti da bere di quei disimpegnatissimi anni '80, quando vivemmo il secondo boom, più o meno reale; e fummo convinti che il nostro futuro sarebbe stato roseo, per sempre, yuppies o non yuppies. Non anni significativissimi, invero.

Ma erano belle favole queste e il miracolo italiano era allora nel mito della piccola impresa a gestione familiare, nell'idea che piccolo è bello; come "provincia" è bello; prima del gigantismo e della globalizzazione mondiale.

Juary e gli altri, Rozzi li comprava senza averli potuti vedere all'opera prima su youtube: c'erano procuratori furbissimi e tifosi ingenui e sognatori. Eravamo tutti così provinciali da credere che si sarebbero battuti tutti lealmente e al meglio delle proprie possibilità. Eravamo convinti di avere il campionato più bello del mondo e di vivere in uno dei migliori dei mondi possibili. Che il futuro ci avrebbe sorriso ancora: con tutti quei campanili anche calcistici che ricordavano e glorificavano la nostra stessa storia patria.

Poi, ad una ad una, quelle piccole oasi di provincia sono cadute - come si raccontava - e ci siamo accorti anche da questo che eravamo d'improvviso più poveri. Che i sogni spesso finiscono all'alba; che le belle favole non sono per sempre, e che molte carrozze allo scoccar della mezzanotte tornano ad essere zucche.

Mi sfoglio il mio vecchio album Panini e mi ricordo Ascoli Pisa Avellino Paolorossi Vicenza, Calcio pane e salame; quando non c'era Sky eppure con quelle figurine ci sentivamo tutti ad un solo passo dal cielo.

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