Mi sono svegliato stamane pensando al modo di dire " la vita è un dono". Il fatto è che in genere siamo portati a pensare che essere vivi sia un dono, un dono ricevuto: e anche questo va bene ed è giusto.
Ma forse più ancora la vita è un dono da fare e da farci, un regalo per chi ci è dato di avere al nostro fianco. Il dono da fare a mogli e mariti, genitori, figli e amici, conoscenti, compagni di lavoro. E non dobbiamo neppure sforzarci ad esserlo. Siamo un dono per il fatto di essere e di essere "compagnia", di stare con altri e di non averli lasciati soli, di esserci anche se divisi da grandi distanze spaziali.
Lo sono, doni, i nostri racconti, le nostre barzellette, i nostri difetti, le nostre fisime. Persino il Gesù storico, per i suoi, oltre ad essere dono in senso teologico e salvifico, era dono per il suo carattere, per la sua testardaggine, per le cose fatte, le sue imprese, la sua creatività.
Siamo dono dunque perché siamo occasione che si fa umanità per coloro con i quali ci è dato di relazionarci; anche se talora siamo insopportabili e noiosi, offuscati dai nostri difetti, da un po' di egoismo e di avarizia, di tirchieria.
I nostri stessi difetti direi sono un dono per noi oltretutto, per non farci salire su di un piedistallo inaccessibile; il nostro corpo che invecchia è il dono per comprendere che non da quello dobbiamo dipendere; persino la nostra potenza fisica, che ha dei limiti, ci fa capire chi siamo e che non siamo quanto pesiamo, quanto solleviamo, il tempo che impieghiamo a correre 100mt, la prestanza fisica, la nostra perizia tecnica.
Siamo un dono ricevuto e da offrire intendo e il nostro egoismo non ci spaventa se guardiamo a questo come ad un piccolo fardello che ci fa da stimolo per identificarci esattamente con ciò che siamo e con i passi che ci restano da fare: per arrivare al meglio di noi, senza snaturarci.
Mentre il mio Signore e Maestro oggi dorme nel suo sepolcro, non posso che sorridere pensando che persino la sua morte e il suo sepolcro sono stati un modo di donarsi e un'opportunità per altri di donarsi.
Un altro - Giuseppe di Arimatea - ne prende il cadavere, altri ne ungono il corpo, altri se ne prendono cura. Prendersi cura è il verbo di oggi.
Che è come custodire ciò che siamo, la memoria e la vita, i nostri difetti, affidarci. Perciò è importante avere amici e maestri che si prendano cura di noi, come sul lettino d'ospedale nelle mani dell'anestesista. Qualcuno che si prenda cura di noi. Non aver paura di abbandonarsi, di lasciarsi andare, di farsi prendere tra le braccia da un altro, dalla sua professionalità e dal suo affetto.
Perciò non bisogna aver paura dell'altrui e della propria tenerezza. E' ad essa che dobbiamo affidarci quando sentiamo che da soli proprio non ci si può fare.
Lascia mio Signore che io faccia in modo che tu ti prenda cura di me. Come un bimbo svezzato in grembo a sua madre. E io al sicuro riposo. Tra le tue braccia, come tra quelle di un amico, di un papà, di una madre.
Per questo l'affidasti al tuo migliore amico, tua madre, sulla croce; e a lei raccomandasti lui...