C'è un mio amico che si scandalizza perché quando alla mattina vado a fare del buon jogging, gli ho confessato di provare a recitare il Rosario, ovviamente saltando qualche Ave Maria o perdendo il conto e dicendone una di troppo, in altri casi.
Non che questo aumenti la mia fama di santità (di me semmai si dice il contrario: lo conosciamo, quello è il figlio del falegname!), ma giusto perché mi piace dire che anche nella manifestazione meno sacra di questo mondo, il nostro pensiero - non dico costantemente - ma almeno talora ritorna alla persona di cui siamo innamorati.
Uno corre e lavora e pensa di tornare a casa e di vedere la sua donna o il suo uomo; suo figlio; di non veder l'ora di raccontargli quello che ha visto, i mandorli in fiore o le conchiglie sulla spiaggia (siamo talvolta così cretini che raccontiamo persino questo alle persone con cui siamo in un rapporto di intimità, più intimi di noi stessi), perché questo bisogno di esprimere ciò che ci ha stupito e colpito, di metterlo in comune, fa parte del nostro bisogno di essere parte di un rapporto d'amore: ogni relazione è fondamentalmente un appello: amami; così come l'altro si appella a noi, "amami".
E chi ama non ha vergogna di essere se stesso, soprattutto se è proprio essendo se stessi che si può amare: nessuno che sia alienato e costretto ad essere altro da sé può amare, anzi finisce col sentirsi respinto e rischia di fuggire, persino odiando.
Perciò, quando penso a noi Chiesa, penso al luogo dell'accoglienza, dove ciascuno possa sentirsi libero di amare perché è amato per quel che è, un uomo, uno che ha bisogno di essere abbracciato ed ha bisogno di abbracciare.
Bene. Quel jogging, che il mio amico trova riprovevole e non proprio consono alla recita del Santo Rosario, è invece uno dei luoghi più sacri della mia giornata: sento il mio corpo rispondere, le mie gambe spingere e slanciarsi, talora affaticarsi, sento il mio respiro, la mia fatica e il sudore, il sole e la pioggia, la spiaggia e la campagna, conchiglie e gemme e germogli, come dicevo. E sento di dover essere grato.
E gli dico grazie. Credo anzi che quella sia la mia preghiera che gli è più gradita.
Non ho vergogna a dirlo: talora, quando sono solo in campagna mi viene da gridare e da dirgli come succede a chi è innamorato: ti amo! E lo grido (spero tanto che nessuno mi veda); stringo i pugni in segno d'esultanza come dopo un gol, una prodezza, un grande risultato.
Mi comporto come quando avevo 16 anni e avevo le mie prime esperienze sentimentali: evidenti segni di regressione senile
No, non sono migliore di altri comunque: nessuna santità. E' solo un po' di gratitudine e di follia, quella che nasce da una sorta di stato di grazia, per così dire.
Non sono migliore di altri, perché quell'amico che mi contesta di pregare in una situazione così poco consona e quasi profanando la preghiera sono proprio io, quella parte di me ancora schiava della Legge, convinta che solo quella lo salverà: mentre quello che salva è indubbiamente la libertà.