Va bene che dalla Galilea non potrà venire mai nulla di buono (da Nazareth poi!); ma in fin dei conti, restare prudenti ed attenti a vedere chi è questo che viene, è sempre un buon atteggiamento: realistico e direi, ragionevole.
Non è come "questa che ven che ogn 'om la mira", non è proprio un prodigio che sia venuto a miracol mostrare: ha un difetto di pronuncia - magari dovrebbe fare un corso di dizione -; la sua voce è debole e fioca: farebbe bene ad imparare ad impostarla, la voce, come ogni attore degno di tal nome; e in fin dei conti non è giovanissimo; il suo corso di studi non è proprio degno della Sorbona (solo Nazareth; e prima del trattato di Schengen) e su di lui, si dice che sia stato solo un bamboccione, fino ad ora, anche piuttosto capriccioso; forse perché - come diceva Montanelli "le persone di carattere, hanno sempre un pessimo carattere: magari, chissà...
"Faremmo bene a non prestargli ascolto, in effetti".
Che non sia venuto "a miracol mostrare" questo è chiaro ormai. Ci sono quelli che gli sciamano dietro ad ascoltarlo e ci sono tanti che lo vorrebbero lapidare: "Non esce con noi. Non si ferma al bar e non viene alle nostre feste. Non festeggia neppure tutti i notabili del Paese". Solo che, di tanto in tanto, riesce a stupirti "Ti ho visto sotto un albero di fico" - dice a quel tale; e quello capisce che gli sta chiedendo qualcosa di preciso, proprio a lui: che quella conoscenza implica una sorta di sequela: "Dal momento che ti conosco, ti vengo incontro perché tu mi venga dietro".
E queste cose non ce le spieghiamo.
"Quello viene da Nazareth e a noi Nazareth non piace. Non ci piacciono i nazareni e non ci fidiamo di loro, "timeo Danaos et dona ferentes", avrebbe detto un Virgilio: "conosciuto uno, li conosci tutti!".
Ed in fondo ne abbiamo conosciuti di così: di quelli che si inginocchiano e riempiono di incensi le navate; di quelli che feriscono: che sotto l'albero di fico alzerebbero un muro per non fartici più tornare: a seconda del tuo pedigree puoi stare a dieci, venti o cinquecento metri di distanza dalla sua ombra. Non ti illudere: noi siamo la muraglia cinese".
Leggevo giorni fa di un libro che racconta le storie di tutti i muri della storia: dal limes romano alla Grande Muraglia; da quello di Berlino a quelli che separano il Messico dagli Usa; a quello di Israele e di Ceuta. Ogni muro, una difesa da abbattere: come una Maginot non reggono mai.
Il fico i suoi rami li fa arrivare dove gli pare: dove la natura li spinge. A meno che l'uomo non voglia potarne lo slancio. Ma ogni muraglia è fatta per essere valicata. Ci passano i Mongoli e i Nazareni; i maghrebini e i tedeschi dell'Est; ci passano gli Unni attraverso e persino le truppe del Reich, purtroppo.
Per farla franca, alcuni scelgono il governo di Vichy e del maresciallo Petain: quelli che il muro ce l'hanno nel cuore, che chiudono la gente nei ghetti e nei lager; che giudicano e condannano e continuano a dire "la razza prescelta, quella pura siamo noi. Che cosa può venire dai dintorni di Nazareth?".
Sono quelli che, quando ci avviciniamo alla pianta del fico, ci lanciano le bucce, come le banane e dicono "la Kyenge? Ma non somiglia ad un orango?"
E il cuore gli si cementa come un blocco sotto un cavalcavia dove non passa nessuno se non la Stasi e la Gestapo: per controllare che nessuno entri ed esca se non per pure pratiche selettive o magari solo burocratiche.
Spesso è così che Natanaele se lo perdono per strada.