C'è a volte una sensibilità che fa così tanto male da spingere quasi a detestarla, quando affiora, specie in noi stessi. Il rimorso, lo scrupolo, il senso di colpa ci prende di soprassalto allora, l'insicurezza, e a sorpresa; tanto che quella gioia libera che per un attimo si è affermata, d'un tratto è offuscata da questa malattia dell'anima che fa fatica a guarire.
Quali ferite ci sono dietro, quali rifiuti, quali emarginazioni? E' dietro quei confini che bisogna andare a curare, a far toccare con mano che sono venuto a guarirti: che sono io, stesse piaghe e ferite, stessi chiodi e segni in cui puoi mettere le mani. Beati coloro che avranno creduto pur senza aver visto. Ma certe solitudini, certi feriti han bisogno di vedere: inutile esimersi.
Quei tali - che talora siamo anche noi, perché a tanti capita di essere dolenti fino alla periferia della sensibilità umana - hanno sempre la sensazione di avere ferito, di chiedere l'elemosina, di avere agito in modo poco limpido perché hanno bisogno, di avere tramato perché hanno solo cercato di non essere lasciati senza nulla e soli, di avere agito non per un nobile fine ma solo e soltanto per il proprio benessere, loro che di benessere proprio non ne hanno assaporato.
Conosco più di qualcuno che vive questo stato di continua auto-colpevolizzazione che non gli consente più di agire e di respirare: qualcuno pronto a chiedere scusa di continuo, in un mondo dove nessuno sente di dover chiedere scusa a nessuno.
"Scusa se ti ho disturbato - mi dice al telefono (e lo pensa davvero); "scusa se ti faccio perdere del tempo; scusa se faccio fatica a seguirti".
E invece verrebbe voglia di dirgli (e forse andrebbe fatto) "scusami tu se non mi sono accorto di farti sentire sempre di troppo e di disturbo, un peso, se non mi sono interessato abbastanza alla tua vita".
Ignazio di Loyola nei suoi Esercizi Spirituali parla espressamente di questi spiriti, di questa sensibilità che mira a minare la nostra tranquillità interiore creando in noi un'inquietudine che è poi totale insoddisfazione di sé, un continuo distruggere la gioia di vivere e la sana spontaneità dei nostri sentimenti e dei nostri slanci.
Ignazio parla chiaramente delle tentazioni del Nemico che ci attaccano dove siamo più deboli, nella nostra sensibilità appunto.
Mi fa così tenerezza tutto ciò, in questa temperie culturale dove si ormai proceduto all'anestetizzazione del nostro sentire e dove tutto ci è lecito purché stiamo bene noi, noi soli, in leggerezza, scoppiasse pure la bomba su Hiroshima.
Mi piace che ci si chieda se quel nostro agire leda e ferisca, offenda; se le nostre parole son come pietre e spade affilate; se il nostro silenzio e la nostra dimenticanza degli altri non è ciò che uccide chi ci è a fianco: di solitudine.
E forse c'è una soluzione a tutto ciò, oltre alla inutile colpevolizzazione, è la pratica dell'amar l'altro, di guardarlo, di fargli vedere le tue stesse piaghe, uguali alle sue, trattarlo infine, come noi stessi, non facendolo sentire di troppo, troppo umano e incerto, inetto e fuori luogo.
Perché lui c'è ed è al tuo fianco e respira, anche se al telefono ti chiama solo quando si sente morire e se non apre neppure le persiane al mattino.
C'è - mio Dio - c'è. Sei tu che non ci sei per lui, quasi mai, tu che mostri sempre di poter bastare a te stesso.