La chiusa del Qoelet è davvero commovente (stamane se ne fa lettura nell'Ufficio) e, benché a tutta prima possa sembrare un invito ad un godimento quasi epicureo della vita venato da quella malinconia di chi intravvede il tempo della fine, essa rappresenta soprattutto una pagina di grande saggezza e di gratitudine a Dio. A Lui che ci ha donato il tempo della giovinezza e dei capelli neri - per quanto quei tempi possano passare in un attimo - la capacità di godere la bellezza del creato e di poterla peraltro ricollegare al suo creatore, non per disprezzarla, ma al contrario per coglierne la bellezza e mantenerne nello sguardo e nella memoria lo spettacolo incantevole che un figlio, in armonia con la sua casa, può avere per chi gli ha garantito quella infanzia indimenticabile.
Sì, la vita - sembra dire Qoelet - questa vita, è come una infanzia che non si dimentica e per la quale fin da subito si deve avvertire riconoscenza a chi ci ha messo al mondo. Beato chi pensa così al suo creatore fin dalla giovinezza - dice l'autore; prima che venga il tempo della vecchiaia, quando i sensi si ottundono, finisce la stagione del raccolto, le finestre, gli occhi e le orecchie si chiudono e tutto giunge così da lontano, quando cioè quell'incanto non ci parla più.
E allora forse quel tempo non è semplicemente quello del nostro decadimento fisico, ma quello in cui non sappiamo più riconoscere il bello che ci circonda né essere riconoscenti a chi ci ha consentito di viverlo, per quanto faticoso sia stato il cammino.
Quella luce, dolcissima al nostro sguardo, a quel punto si spegne e invece che catturarla nel nostro cuore, quasi ci indispettisce e non ne cogliamo più la bellezza in alcun modo: in nessun modo ormai lo stupore.
Voglia il cielo che quel tempo non venga mai e che noi si continui ad essere anche nella vecchiaia come un olivo verdeggiante - come dice il salmista - che continua a dare ancora frutti...
E' questo - me ne dico sempre più convinto - che bisogna desiderare e chiedere: che quella luce, che è poi fiducia e stupore, desiderio di Dio e di bellezza, godimento dello Spirito e tempo di capriole e gioia, non ci venga mai meno. Ed è in questo che Dio ha seminato in ogni uomo, per vie misteriose, in ogni popolo e religione, il suo seme, perché di quell'armonia con il creato e col suo Creatore è piena tutta la storia delle religioni (mi ritornano ora in mente certe immagini del Buddismo e certi fotogrammi del film Sette anni in Tibet; certi canti di lode che sono nei libri dell'induismo, persino certe pagine incantevoli di Lucrezio e poi di tanta poesia anche recente: Dio parla con la sua creazione. Ed è uno stupore continuo).
Giorni fa, al mattino, sono andato a correre nel solito bosco a strapiombo sul mare che si sente di lontano senza poter esser visto se non a tratti: ogni volta è una sorpresa. Un giorno il cavallo che si fa accarezzare il muso; un altro un passerotto caduto dal nido (l'ho messo sul palmo della mano e d'incanto ho ricordato il passo corrispondente di Catullo), poi a distanza ho riconosciuto un tasso. Come si fa a non essere grati a Dio per tutto questo?
Né meno può dirsi delle persone di cui il Siracide oggi ricorda che di ogni sapienza l'uomo è stato messo in potere, ma che c'è un'ingiustizia di cui proprio non ci si può macchiare, la più grande delle sapienze: prendersi cura degli altri.
E gli altri - e noi - è vero che siamo imbruttiti e resi meno sensibili, come nel Qoelet di cui sopra, da una giovinezza che abbiamo perduto, quella interiore; ma è pur vero che di quella giovinezza da resuscitare dobbiamo prenderci cura: per tornare bambini.
Già! I bambini. Il Vangelo di oggi parla di questi bambini di cui si prende cura Gesù nonostante le rimostranze dei suoi discepoli. E' come loro, i piccoli, che bisogna ritornare. Ed i piccoli si sanno stupire e soprattutto non smettono mai di chiedere il perché di ogni cosa non dando mai nulla per scontato. I bambini non sono sciocchi: sono pieni di curiosità e di domande. Di quelle domande dobbiamo prenderci cura: dare loro qualche risposta che li soddisfi senza farli diventare tristi e tristemente adulti: prima che si spenga il loro sguardo.
E c'è chi quei bambini li usa spesso anche per il proprio piacere: persino sessuale. Me li sono rivisti quelli che ieri andavano dal parroco per la prima confessione e mi si è stretto il cuore. Come si può? - mi sono detto....
Anni fa ho molto amato un film di Wim Wenders, Fino alla fine del Mondo, in cui il protagonista raccoglie in giro per il mondo, per la madre ormai cieca, tutte le immagini più belle da farle conservare nella memoria e, con uno strano dispositivo, fargliele vedere ancora e per sempre (la mamma era la bellissima Jeanne Moreau).
Mancava quella fila di bambini che andavano in chiesa timorosi non a chiedere perdono della loro ingenuità, ma di un mondo che si è dimenticato di loro...