Ho appena cominciato a leggere il Catechismo della Chiesa Cattolica, riedito quest'anno in occasione dell'Anno della Fede. Si tratta di un testo pubblicato, dopo circa 6 anni di lavoro ad opera di apposite commissioni di vescovi ed esperti, nel 1992. Ne avevo letto stralci: mai l'opera intera, nella sua unità, come invece si raccomanda di fare sin nell'introduzione. Nel 1992 ero in piena fase di ribellione nei confronti di Santa Romana Chiesa. Venivo fuori da una grande delusione per la quale, oltretutto, anzichè essere avvicinato ed aiutato da chi pure sarebbe sato preposto a farlo, sono stato considerato una sorta di inavvicinabile e come tale messo al bando. Ma ho perdonato...
Da allora sono accadute davvero tante cose nel mondo e nella mia vita, ma mai avevo pensato di riaccostarmi al Catechismo di cui sopra, proprio perchè, come la stragrande maggioranza dei cattolici, ho sempre avuto la sensazione che il catechismo fosse una sorta di strumento aridamente dottrinale da usare per i bambini o giù di là: per accostarsi per la prima volta ai sacramenti, per dire. Beh, la mia ignoranza crassa già quest'oggi ha ricevuto la sua moneta. E' vero che la parola Catechismo per noi suona come una sorta di indottrinamento in pillole, ma è anche vero che già fin dalle prime pagine ci si può rendere conto che c'è ben altro lavoro e profondità dietro questa redazione. In ogni caso, non si tratta neppure di un bagno di umiltà ma semplicemente di una sorpresa di cui prendere atto: mi ero sbagliato!
Il fatto è che io come tanti altri, crescendo nella specializzazione e nell'approfondimento delle varie conoscenze tecniche e specialistiche connesse alla mia attività, se in quella ho finito per diventare un professionista adulto, più o meno in gamba; dal punto di vista della conoscenza della fede sono rimasto un bambino, presuntuoso oltretutto, e le quattro cose che presumevo di sapere risalgono ai tempi del mio povero catechismo appreso per avvicinarmi alla Prima Comunione e poi alla Cresima.
Credenti o meno, in un Paese come il nostro e come in tutto l'Occidente, mi sembra di poter dire che non si può non provare a familiarizzare con l'oggetto della nostra fede o di quella della nostra tradizione, e non perchè si debba per tradizione ed acriticamente aderire ad essa, ma perchè è come se si rinunciasse a priori a conoscere un elemento costitutivo della nostra civiltà.
Certo, l'atteggiamento non può essere esclusivamente intellettualistico, dal momento che l'oggetto della fede non è solo una conoscenza di ciò in cui si crede ma anche della ragione per cui si crede (lo spiega bene mons. Fischella nell'introduzione all'edizione pubblicata nei mesi scorsi), ma è anche vero del resto che non si può rendere ragione della propria fede se non si sa in cosa essa consista.
Tante volte ad esempio, personalmente, ho provato una sorta di stupore di fronte a pratiche puramente devozionali che prescindono totalmente dall'oggetto e dalla conoscenza della fede. Ora, è vero che la fede è anche una fede dei semplici e che a non tutti si può pensare di propinare la catechesi allo stesso modo (è non solo un principio di carità ma anche un principio pedagogico e metodologico); ma la cosa che fa stupore è che quella devozionalità inconsapevole e che ignora la si riscontra in persone che invece in altri campi del conoscere e della professione sono assolutamente colte.
Certo, in tutto questo c'è della responsabilità diffusa e della inadeguatezza da parte di chi sarebbe preposto a questo compito catechetico e di evangelizzazione. Già dai tempi di Paolo VI era evidente questa necessità di rispondere in modo adeguato ad una società cambiata ed evoluta. Forse ci sarebbe stato da considerare meglio la formazione in tal senso dei sacerdoti, dei pastori, dei catechisti, dei credenti impegnati nelle parrocchie, nelle scuole. Ma è un discorso davvero troppo lungo e articolato. Non se n'esce più.
Quel ch'è certo è che alla società nuova non poteva non darsi una Nuova Evangelizzazione e non perchè Cristo nel frattempo sia cambiato ma perchè alcune domande e la modalità del chiedere oggi sono cambiate. Senza contare la estrema disponibilità peraltro fuorviante di una pubblicistica non autorizzata, non formata, disinformata, per così dire fuori controllo, dell'universo del web e dei media, dove le risposte riduttivistiche, parziali ed a buon mercato sono assolutamente attingibili a tutti, aggirando in toto il ruolo della Chiesa di depositaria della sua fede.
A questo io trovo che si debba rispondere e non per solo difendersi dall'attacco dell'antico avvversario ma perchè a ciascuno non può non stare a cuore la verità su di sè e di sè. Ecco, io sto provando a far parlare la Chiesa di sè e delle cose in cui crede.
Perchè mai dovrei rivolgermi agli altri se ella accetta di lasciarsi interrogare?