Mi hanno inoltrato un paio di file tratti da una serata televisiva andata in onda l’altra sera – credo.
Un’artista lontana dalle scene nove anni, per malattia. E poi tornata, capace di affermare sulle note “che grandioso mestiere il mio. E ne ringrazio Dio …” Ringraziando poi tutti – quasi ad uno ad uno - della splendida serata.
Che grandiosi talenti che ci vengono dati! Io mi inchino di fronte a questo. E so che non vanno sprecati. – è quello che ho pensato. Il talento di emozionare, ad esempio, di trasmettere l’eterno enigma della grandezza dell’essere uomo. Che fa emergere di noi – tra i rovi - la zona migliore, la voglia di essere quello, soprattutto il meglio, il bello e l’unicum di noi stessi. Magari!
Solo questo mi stava a cuore dire.
Sarò patetico: ma è qui la forza della vita e quella per combattere ancora. Ricordare le grandi cose che abbiamo avuto un po’ anche in dono (certo, poi ogni talento va coltivato); e, senza trascurare quel che siamo, di là ripartire senza bisaccia e sacca, senza una seconda tunica.
Quella che abbiamo è sufficiente per andare in giro per il mondo, perché è l’unico abito che ci fa noi stessi.
Senza dubitare di continuo – lo leggevo tra le righe di Pio di Pietrelcina, stamattina – se quel che faccio è abbastanza; se non è quello che devo fare, come un’ossessione. Che è solo un modo di farci perdere la pace a fatica conquistata; di far perdere a noi stessi di vista la bellezza di quel che siamo e il tesoro di noi sottrarlo al mondo intero.
Insomma, c’è un tempo in cui – partiti – non si deve tornare indietro.
Se non per ricominciare – qualora fosse accaduto il contrario - ad essere noi stessi.
Era quello che cantava sere fa – mi sembra – Rita Pavone. E già solo per questo mi ha emozionato. Bella cosa l’uomo che si è riguadagnato il proprio Paradiso!
