Si scrivono cose a volte che col tempo non riscriveresti più. Si fanno cose che col tempo non rifaresti più!
E’ questo il motivo per cui tanti amici scrivono i loro racconti e li lasciano in un cassetto, per tutta la vita: per pudore e perché non ci si riconoscono più. Così che ritornano alla luce quando cambian casa (in tal caso, non di rado finiscono nel cestino); o quando qualcuno raccoglie le tue cose, a fine corsa, insomma; e quel che avresti voluto tenere solo per te, diventa inevitabilmente anche di altri; nei casi di quelli famosi, diventa pubblico (e pubblicato).
Oh sì. Questo ci ha preservato e trasmesso tante cose di valore. Tanti autori diventati famosi post mortem, per dire; mentre avrebbero voluto – in vita – che fossero distrutte una Gerusalemme Liberata e chissà cos’altro ancora.
Detto che non è il mio caso, che scrivo quel che posso e mai storie memorabili; è vero però che spesso le nostre cose – anche per me – col tempo non ci ritraggono più. Sarà per questo che non conservo volentieri foto; e se le guardo avverto come un’estraneità, se non un’avversione. Talora e solo di recente anche un po’ di tenerezza per quel che ero e volevo essere e quel che è stato.
Un anno fa ho portato a teatro un testo per il quale provo oggi questa sensazione. Non lo riscriverei più uguale (e fin qui è normale) e non lo metterei mai più in scena così. Pieno di dolore, di rivendicazioni e di domande. Non che non mi fotografasse appieno in quel momento (era il sunto di un anno e mezzo e oltre di fatica e di incomprensione. Forse anche di più!); ma oggi non vorrei condividere con altri tutto quello, non quel mondo livido e invelenito. Forse a chi ti guarda e ti ascolta, la verità va detta (la propria, certo!), e molto può esser condiviso; ma è anche vero che non è quello in genere che da te ci si attende; e neppure dalla letteratura dal teatro; per non dire dall’arte e dalla fede.
Che occorre concedere un respiro, una pausa, senza imbufalire, senza amareggiare. Chissà.
Penso ai miei colleghi con i loro titoli dove campeggia sempre e solo la parola “choc” e quelle che fanno shoccare; perché è questo che cattura l’attenzione, ascolti occhi e lettura, raccolta pubblicitaria infine.
E che, se il dovere dell’informazione è dire; è suo dovere anche raccontare altro e il bene, se ce n’è, e la speranza che comunque esiste; e infine non avvilire impunemente e premeditatamente un’umanità già sull’orlo della disperazione e della depressione.
Non è dell’esser catartico dell’arte che intendo parlare; ma dell’essere misericordiosi invece, pur senza essere bugiardi.
Perciò c’è la pietà e c’è il terrore, ma ancor di più in lettere ci dev’esser un’apertura alla speranza, magari vana; l’anelito sì alla giustizia e infine persino l’ironia e l’umorismo, così che si dev’esser grati a chi ci fa sorridere fin dove si può sorridere; e sperare ed spingere all’azione e alla reazione fin dove questo sia realizzabile.
So che sull’argomento molto si può dire e dissentire (ne va dell’autenticità).
So che quanto ho scritto e messo in scena un anno fa potrebbe essere rivisto. So che rivedendolo, avverto la claustrofobia e la cupezza, che quasi dico “non lo faccio più”, senza chieder scusa – per carità! – eppur ponendomi domande sullo statuto del creare e del disperare, del far vivere e insieme far morire.
Quella creatura non la ucciderei, questo no.
Quella creatura oggi la terrei con me, senza metterla in piazza e così la guarderei cambiare.
Il dolore in sé non è mai bello (lo sapevano i greci tragici, per dire …).
Lo sono semmai le cose che produce, poi, col tempo. A volte, molto poi …
E anche questa si chiama speranza, no?
