Averle viste ieri sera quelle immagini dei profughi curdi, accampati sotto la neve, in alloggi e rifugi di fortuna!
Averle viste può aiutare a capire. Eppure, in mezzo al fango ed al nevischio c'erano ragazzini che giocavano a pallone, che si rincorrevano.
Giocare con un pallone tra i piedi è una delle gioie della mia infanzia; anzi di più: della mia vita. Quando ne rincorro uno, ancora oggi, non penso ad altro e sono "felice". Come la vita e come la sorte che rotola via come una palla, come ciò che non riesci sempre a controllare e che rincorri appunto, che sfugge, che rotola, che insomma è un gran bel gioco, talora drammatico, pieno di evoluzioni e di equilibrismi appunto; così una partita - ovunque la giochi - soprattutto se lo fai in mezzo ad una campo improvvisato, in mezzo alla neve e al fango appunto, mentre fuori imperversa la tempesta.
Che la partita più folle che abbia mai giocato - la ricordo, qualche anno fa, non troppi - si è tenuta sotto una vera e propria bufera di grandine e di pioggia, io e i miei compagni, come se nulla stesse accadendo intorno. E insomma puoi anche non aver nulla e giocare lo stesso: come i ragazzini curdi di ieri sera. Ed è questo il bello del gioco del pallone, gioco dei poveri e di tutti in assoluto, prima che intervenga il business ed il professionismo: la sua ragione del successo. Non serve nulla per giocarvi: proprio nulla.
Noi, fasciati nella cultura del nostro provvisorio benessere, delle nostre rassicuranti abitazioni, dei nostri perfetti palloni, dei completini griffati per camminare e riposare, quasi mai per giocare; quelli nelle tende loro, nelle baraccopoli in cima al mondo, con la neve fin dentro casa, con un pallone spelacchiato, con scarpe di fortune, sempre le stesse, le nostre spesso, appena smesse e regalate dalla nostra terra dell'Opulenza; loro, da quella di una leggerezza che non conosciamo più, leggeri come fiocchi di neve e come brezza; noi, vento gelido che ti taglia la faccia.
Io ho nostalgia di quel tempo là.
Di quella energia, di quella indigenza per cui tutto è ricchezza, non come questo benessere falso che è un'immensa desolazione senza desideri. Di quando giocavamo con le stesse scarpe con cui saremmo andati in chiesa a scuola e chissà ancora dove. Di quando la maglietta dell'Inter era quella comprata con i punti della Panini, almeno per qualche anno; di quando si giocava nel quartiere, sull'asfalto, sul campo sterrato, in pendenza, pozzanghere, in mezzo alle case. Di quando a Natale, come oggi, era un altro presepio, un altro addobbo, un'altra festa, una, vera santa e così sia. Pur non essendo curdi, un po' più semplici un po' più felici...