Ci vorrebbe un "incantamento" per fuggire - come tu Lapo ed io - per citare un testo antico; che in effetti di uno Stilnovo ci sarebbe bisogno, ora.
E' un lamento senza fine, di questi tempi, quello relativo al declino del modello economico imperante, al suo malanno: tutti a flagellarsi per la stagnazione dei consumi; perché il nostro Paese non è più Bengodi e perché persino nel gioco del pallone, certi ingaggi non ce li possiamo permettere più: meno male!
E' un modello perverso soprattutto - mi sembra - perché non solo a me pare che sia insostenibile (lo dimostrano, per dirne una, gli sbarchi e la miseria della gran parte del pianeta, nel frattempo);
perché è uno sviluppo che "si fa" a solo favore degli speculatori (vd. il caso dei tango bond argentini);
perché infine non è con il rilancio folle dei consumi, ma con la sua normalizzazione, investendo altrove, su servizi ad esempio, che si cresce senza essere esposti alle cicliche e periodiche crisi del sistema.
Insomma, non si può pensare che solo aumentando produzioni industriali, tagliando sul costo del lavoro, sulla commercializzazione; o conquistando nuovi mercati (quali?), si possa evitare l'ingiustizia sociale endemica e l'indegna appropriazione delle ricchezze da parte di pochi, a danno dei più, e non più solo in Arabia Saudita.
Questi è un modello vecchio: perché non si ha il coraggio di dirlo?
Insomma forse sono gli stessi indicatori di benessere che andrebbero ripensati.
E' l'idea stessa dell'idea di mercato - mi sembra - che va ripensata.
C'è chi obietta semplicisticamente che al calo dei consumi è legata una relativa e proporzionale contrazione dell'occupazione.
Vero, in parte; e comunque molto meno che in passato, vista l'automazione dilagante nei processi di produzione distribuzione commercio (la grande distribuzione non è forse contrazione di posti lavoro?).
Ebbene sì: io non riesco a dolermi se le nostre spese alimentari si sono contratte (i nostri frigo traboccavano di cibi inutili sempre in scadenza).
Non riesco a dolermi se il settore dell'abbigliamento e dell'effimero conosce un ridimensionamento. Un modello diverso e più sobrio dei consumi mi sembra preferibile, più onesto.
Da questo punto di vista siamo chiamati tutti a stili di vita più essenziali, vivaddio: a maggior ragione chi si richiamasse ad un qualsiasi evangelo che ai tesori di quaggiù sembra preferirne altri, senz'altro più duratori e direi ben più soddisfacenti.
La sobrietà - dopo il pauperismo estremo e ideologico forse dei secoli di mezzo - non è che una bella virtù ed è una scelta di grande libertà.
Noi non vogliamo guadagnare di più perché dobbiamo consumare di più e perché solo consumando si ha la felicità, speculando.
A noi non servono le coppe le brocche e i calici d'oro per dire messa e dirci poveri, per mangiare in compagnia.
Ne leggevo stamani da Giovanni Crisostomo e ancora da Geremia. Non serve davvero tutto questo orpello e tutto il resto, se crediamo in altro: io, nell'uomo, direi; e poi - con inevitabile fatica - anche in Dio.
Mi piacerebbe molto più che uno prendesse consapevolezza del talento, della ricchezza che è e possiede personalmente; e ci investisse la sua vita poi, per non dover dipendere da nessun consumo che non sia quello di spendersi per quanto di bello ha in sé e vuole condividere.