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La veste

Pubblicato da enzo cilento su 9 Luglio 2014, 09:05am

Tags: #mater et magistra

Ah se potessimo toccarlo quel lembo della veste per guarire!

Perché se ti affatichi e ti sporgi per toccarlo, vuol dire che c'è una sorta di fiducia, quando non è disperazione, che quel tuo gesto possa cambiare la tua esistenza.

Il problema è che non di rado ci lanciamo sulla prima veste che si profila all'orizzonte. Siamo così disorientati che ogni idolo, ogni simbolo, un emblema, assurge a questo ruolo da ultima spiaggia: "Farò questo da domani, da dopo l'estate. La mia vita va cambiata; salvata".

Persino un corso d'inglese, uno di tango; una meditazione buddista a casa di amici.

Mi è stato detto davvero "questo mantra, recitato con fede, ti darà la forza necessaria per individuare ciò che sta in fondo al tuo cuore".

E talora un oroscopo, sotto i portici di piazza Vittorio Emanuele a Roma; il pendolino della mia cugina brasileira; la numerologia e il nutrizionista; lo psicoterapeuta e infine il dietologo, il personal trainer.

Ti aggrappi a quella veste di frequente; e lo fai con un po' di disincanto, "hai visto mai che...".

Come si fa con la scaramanzia; con la penna Parker che porti con te alla firma di ogni nuovo contratto - qualora tu ne abbia - ad ogni tuo esame universitario.

Ogni volta che mi reco in ospedale per i controlli di routine, mi regalo qualcosa al termine della visita: prendo gli stessi mezzi, alla stessa ora, cercando di non far mancare nulla di quel rituale che mi ha "salvato" la vita.

Quelle vesti, quelle fedi che salvano la vita...

C'era una volta una donna ammalata da tempo immemorabile che, approfittando della confusione, si avvicinò al Maestro che sarebbe finito in croce e si sentì dire proprio così "la tua fede ti ha salvato"; come dire che è il coraggio che ci salva la vita: quello di ammettere di avere bisogno di aiuto, ora e qui.

Ho accompagnato una delle mie amiche di infanzia, ammalata di sclerosi multipla, anni fa, a Lourdes.

Non è guarita: è diventata sempre più piccola e come rattrappita per la malattia; ma sorrideva. Ha sorriso fino alla fine. E forse era questa la salvezza che stava aspettando.

Se potessimo toccarla quella veste senza andare a tentoni dietro il primo Sai Baba che incrociamo; senza dover ricorrere al santone e alla fattucchiera, alla Vanna Marchi e al mago do Nascimiento di turno che non ci salvano neppure il portafogli.

Il fatto è che il Maestro in croce, dopo la croce, per lungo tempo ha fatto perdere le tracce, mentre la sua fine a tutti parve la sua definitiva sconfitta.

Vale la pena toccare la veste ad uno che finisce così?

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