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La sindrome del lungo addio

Pubblicato da enzo cilento su 10 Maggio 2014, 08:14am

Tags: #attuale

Questa sindrome del lungo addio, senza un arrivederci, è la malattia del nostro mondo che invecchia: "senescens", dicevano gli antichi, mentre l'impero romano andava in pezzi e oltre i confini popoli nuovi e affamati premevano.

Il lungo addio, e non solo quello che chiamiamo Alzheimer, è diventato così comune - così lunga e breve ormai infatti la vita, terza e quarta età comprese - che esso è entrato a far parte dei nostri discorsi, con un sorriso amaro;

ci scherziamo su, persino, per esorcizzarlo; lo infiliamo nelle nostre battute, come una demenza, come un dimenticanza, come un piccolo lapsus della memoria, "una momentanea eclissi della ragione".

Di lunghi addii dopotutto è fatta tutta l'esistenza, abbandonando ogni cosa - è inevitabile - una dopo l'altra: come i giocattoli e gli abiti indossati e diventati piccoli logori e stretti; come le scarpe consunte e i piatti sbrecciati; come si fa con gli anni della giovinezza e con i progetti, anche con quelli andati in porto: figurarsi con gli altri!

Diciamo addio agli amici, ai contatti, alle telefonate, a genitori e parenti, a chi ci ha fatto compagnia, ai maestri, ai dischi, ai libri, a un viaggio.

A quante cose hai detto addio fino ad ora?

E' come se fosse di questo che tenessero conto quelli che invitavano ad abbandonare ogni cosa, in nome dell'aristocratica saggezza e della povera fede religiosa: abituati anche tu a dirti addio!

Fa' insomma che non sia una sindrome, che non sia un dramma: staccati, prima che tu rimanga impigliato in ciò che comunque va via: fata nolentes trahunt - diceva Seneca: le cose vanno comunque, per quanto tu voglia opporti.

Com'è vero che ci mette tristezza lo spettacolo delle cose che non possiamo essere più, gli indumenti e le foto di un tempo, per ciò che non è più: al punto che buttiamo via sempre più tutto, quasi tutto.

E com'è triste: come una sera, come una tomba; ogni museo di ogni civiltà, di ogni morta stagione: e le stagioni, dopotutto, muoiono tutte.

Qui le spille da balia, qui gli orecchini, qui le ampolle per gli unguenti e lo smalto per le unghie...

Per anni, ho cancellato le tracce del mio passato; buttato via le foto; evitato facebook, per il timore che lo ieri entrasse di soppiatto come una stretta al cuore nella mia vita; noi che ballavamo con le luci stroboscopiche; noi che...

E che è stato il tristissimo refrain di una trasmissione televisiva che mi sono sempre rifiutato di guardare, con i vecchi cantanti invecchiati senza pietà, la loro bellezza sfiorita, la loro giovinezza sgualcita, la loro freschezza perduta: inverecondo spettacolo del lungo addio a cui dovremmo abituarci.

Io non c'ero in nessuno di tutti quei passati - mi son detto disperdendo le tracce - e ho preferito la chirurgia dell'addio subito al lungo addio del riconoscere e non riconoscersi più: le cose che perdono senso.

Dio mio, la demenza, il non riconoscimento!

Penso di frequente agli occhi stretti di De Niro, in "C'era una volta in America", sepolto nell'oblio della fumeria dove si scivola nell'oppio della dimenticanza sublime; e penso che è quello di cui andiamo alla ricerca spesso, perché ricordare fa troppo male.

I foulard della mamma e le cravatte chiassose di mio padre sbiadiscono all'orizzonte come la buganvillea del giardino: era tutto così più luminoso, che preferisco non più ricordarlo, abituandomi all'addio.

Resto solo attaccato alla domanda che non appassisce, benché stanca sia talora ed insoddisfatta, sul senso di ogni cosa, sulle nostre esistenze che andiamo dimenticando nel loro splendore, nel loro dolore che si accartoccia come una mano grinzosa sulle ginocchia contratte.

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