Se lo spingono via cercando di catturarlo, mentre il Cristo sfugge alle loro mani, è perché il Cristo non può essere imprigionato nelle mani e nelle cattive intenzioni di nessuno.
E’ un artista della vita, un interprete di questa, più forte della prigione e della morte, persino di un culto e di un tempio, di un popolo solo che se ne fa banditore e unico interprete ed erede: ed in questo forse anche gli Ebrei storicamente hanno sbagliato.
E’ il Dio degli Ebrei, certo; ma è anche di più: è un Dio che rende ebrei tutti, che li rende tutti gente che lui si sceglie.
Ad un artista non si perdona la sua libertà e il suo voler fuggire l’imprigionamento culturale ed intellettuale; non gli si perdona la libertà di spirito, libertà di figlio di Dio che ricrea e mette al mondo, che il mondo lo cambia, come il Padre, per questo inviato del Padre, così da essere in lui, in stato di Grazia.
Agli artisti non si perdona la diversità del loro approccio con l’assoluto, il loro dialogo con questo.
Perciò, leggendo in questi giorni una lettera di Giovanni Paolo II agli artisti, vecchia quindici anni, non ho potuto non sussultare e cogliere le analogie: “Nessuno – dice il documento – più del vero artista è pronto a riconoscere il suo limite e a far proprie le parole dell’apostolo Paolo, secondo il quale Dio “non dimora in templi costruiti dalle mani dell’uomo” e al tempo stesso avverte la sproporzione tra ciò che per grazia gli è dato di avvertire, sproporzione immensa e frustrazione anche in merito a quanto i suoi mezzi gli consentono: ed è qui – in questo slancio - che nasce l’arte, che è tutta un trascendere verso un assoluto con cui Dio fa cogliere all’uomo il suo mistero fascinoso e insieme terribile.
Cristo è il Signore degli artisti, dell’artista che è nell’uomo, è l’artista per eccellenza: del bello, del trascendente, dell’insondabile ma anche del tangibile che si nasconde nel cuore di chiunque;
Cristo è il bello che l’uomo ha in sé; libertà e verità che si ribella all’inscatolamento di chi vuole afferrarti e prenderti a pietre, metterti in croce.
Magari le nostre chiese lo ricordassero; magari lo facessero le nostre gerarchie e i nostri sacerdoti; magari, chi cerca l’assoluto ricordasse che, solo dando vita al creatore che è in noi si può rinnovare il mondo, provare a renderlo felice.
Cristo, “il Bellissimo di bellezza più di tutti i mortali” come dice la liturgia orientale ci renda, secondo l’augurio di Macario il Grande, “tutto occhio e tutta luce, tutta volto”: tutta indicibile, irraccontabile bellezza, vittoria sul prosaico con cui siamo costretti a convivere in questi tempi tristi in cui sulla terra, della Bellezza non si fa memoria, se non profanandola. Quasi sempre.
Giovanni Paolo II firmava questo documento nella Pasqua del 1999.
Non c’è Pasqua senza riconoscere la libertà di cui il Creatore ci fa dono, rendendoci capaci di sfiorarlo, talvolta.