Dall'oggi al domani il telefono non ha più squillato.
Nessuno che gli dicesse "vieni stasera, col ministro, vi aspettiamo". E da allora non suonò quasi più, se non da parte di chi ancora non ne era informato. Capì che doveva dipendere dal fatto che non ne era più il capufficio stampa.
E capì di non essere stato mai capito. Che nessuno ci aveva provato.
Mi è tornato in mente la vicenda ieri sera, mentre assistevo al nostro premio Oscar, La Grande Bellezza, solo con un po' di amarezza. Dopotutto, certe cose aiutano a crescere ed a far chiarezza.
Me li ricordo gli aristocratici falliti e poveri in canna che si affittano per 500 euro a sera, noleggio dell'auto compresa; e mi ricordo anche i giochini tra intellettuali, "prendiamoci sul serio"; un fallimento dietro l'altro, un senso di noia indescrivibile, come certi matrimoni di elite, certe cene al Circolo; la messa in latino dietro largo Argentina, tra tanta aristocrazia, alla domenica mattina, inginocchiati alla balaustra a prendere il corpo di Nostro Signore che - temo - trasalisse dall'orrore.
E mi ricordo infine le belle notti romane, non quelle a far casino, ma quelle a guardare la luna su Castel Sant'Angelo, sopra il Tevere, a decorare chiese barocche e mostri e stucchi, fontane.
Ne faccio un motivo di penitenza per tutta Quaresima, mi dico: ricordare ogni giorno la vanità di quel gioco, quel vivere così sbandati, così attratti solo da se stessi, dalla propria intelligenza; quell'essersi lasciati ingannare e abbindolare, per un po', abbacinare.
Benedirò quel telefono muto il giorno dopo le dimissioni, e tutto ciò che ha comportato: quel risveglio a quella dignità che mi apparteneva; a quella grande bellezza che avevo dimenticato di avere e di meritare.
Si è molto più felici - si può esserlo - dopo certe Quaresime.