Se il The Guardian decide di guardare al campionato di calcio italiano passandolo in rassegna, nessuno si senta offeso se di mezzo c'è la cultura (sportiva e non) di questo Paese. La quale prima, è senza meno "deficitaria".
E dire che lo sport e l'attività fisica siano un elemento di cultura per un popolo non sembri oltretutto esagerato: perché essi conseguono a quel rispetto verso noi stessi che non dovrebbe mai mancare, la cura di noi; e, se si compete, sono mezzo per far passare quell'ineludibile rispetto da tenere per qualsiasi avversario. Tanto che l'oratorio non a caso è una di quelle istituzioni educative che hanno reso migliori i nostri giovani, per decenni, e per molti, quelli sono davvero i ricordi migliori della nostra vita.
Si è imparato colà a sentirsi squadra, spesso, a sacrificarsi per il bene comune, ad accettare vittorie e sconfitte, a considerare tutto questo come un gioco, non proprio come una guerra, sport ancora pulito e leale, non dopato e - per abusare di immagini un po' logore - metafora stessa della nostra esistenza, dove i colpi si prendono e si danno ma sempre in una sorta di fair play: "Signori, sono le regole!".
Ora, in molti si sono offesi perché "la perfida Albione" del Guardian ha sparato a zero sulla gloriosa squadra di calcio di Bergamo e sui suoi tifosi che, nelle loro frange estreme, sia detto con sincerità, non costituiscono propriamente una schiatta di gentlemen.
Un po' di cori razzisti, di buu, di violenze dentro e fuori dal campo, odi atavici con i cugini bresciani, veronesi e napoletani; guerra a oltranza contro i romanisti: insomma c'è di che dar ragione al Guardian inglese almeno per alcuni aspetti, quelli deteriori.
Che poi Bergamo sia una città perlopiù civile, non è qui in discussione: è che la civiltà di Bergamo non sempre si riesce a evidenziare partendo dal suo stadio.
Come per tante altre tifoserie, sia ben chiaro.
Ma questa non è cultura sportiva, potremmo dire.
Quella è fatta invece di gente che non s'azzuffa alla partita dei propri bambini e insegna loro la vittoria ad ogni costo; che si mette appena può in calzamaglia e va a correre in bici, a piedi, anche se le temperature sono sotto zero; che va a nuoto o dove che sia, a spasso in montagna - magari non fuori pista - perché l'armonia della nostra integralità, spirito e corpo, passa anche per la giusta attenzione che dobbiamo a entrambi; perché anche questa è una forma di maturità e di civiltà: prendersi cura di sé. Senza contare che è un modo civile e consapevole perché non dipendi da noi pesare sulla sanità pubblica, anche a causa dei nostri modi di vita scorretti ed irresponsabili.
Che poi la bella e bionda Atalanta del mito greco sia stata in quel di Bergamo una fucina di grandi giocatori e di persone perbene è un altro discorso: signori erano Facchetti, Scirea e Pizzaballa, Donadoni e tanti altri giovanotti locali.
Ma questa è pura cronaca sportiva, in senso stretto; e nessuno intende negare quel che è stato a livello di crediti sportivi e di relativi meriti per la squadra di calcio in tinta nerazzurra.
Così come è innegabile - per Bergamo come per la gran parte del Paese - dire che i nostri stadi son fatiscenti e residuati bellici poco accoglienti, scenari adeguati ad orde di facinorosi che nello stadio, come nell'anfiteatro, si danno allo scontro e alla guerriglia, laddove l'illegalità e l'impunità sembrano regnare sovrane e incontrastate.
Portare i figli nella bolgia? E perché mai?
Non è meglio andarsene andare in bici lungo i tornanti delle valli orobiche lontano dall'arena e dall'occhio indiscreto e spietato di Albione?