Che Dio me lo conservi quel signore che mi fa da maestro senza saperlo e senza farmelo pesare, che è un modello vivente - mica perfetto, perché vedete che i modelli credibili non sono mai perfetti - e che proprio per questo non è inarrivabile, pur essendo il maestro.
Perché se pur essendo di "natura divina" continua a farsi ed a mostrarsi uomo come tutti noi, è proprio questo, più della perfezione, a rendercelo caro e direi "fruibile" come uomo e maestro esemplare infatti, dimodoché la sua luce non è il bagliore algido della macchina perfetta ma il fascio di luce che fa chiarezza sulla potenzialità aperta all'uomo, capace dunque anche lui - pur nel suo limite - di partecipare alla sorte dei santi nella luce. Facendoci coraggio quindi, spingendoci alla sequela, alla imitazione, all'emulazione. Non si può imitare una macchina se non nel suo funzionamento meccanico difatti, come nel gioco del mimo, mentre un uomo sì. Ed è di questo che abbiamo bisogno per continuare.
Me lo guardavo quest'oggi questo mio maestro, pure con trepidazione e con un po' di timore per il caldo e la stanchezza che non proprio si addicono ad uno che non sia più nel pieno del suo vigore fisico; con la stessa ansietà benevola che si ha per i propri bambini che stanno affrontando la loro prima gara o per il padre, la madre e l'amico per la cui salute si teme di fronte a prove talora troppo grandi; con la trepidazione dicevo che si ha per coloro che si amano (e le macchine appunto sono proprio difficili da amare).
E' questo che, talora sorprendendoci, ci fa scoprire che siamo ancora in grado di voler bene, grazie a Dio; perché cos'altro è l'amore se non vivere anche quel po' di preoccupazione che si può avere per un altro di cui ci sentiamo un po' responsabili e la cui vita in certo modo un po' ci appartiene quanto meno nel sentirci in dovere di proteggerla e preservarla, di osservarla mentre si svolge con l'ansia dello spettatore interessato e del tifoso?
E' l'amore vero del genitore questo, del padre dunque; ma è anche l'amore del figlio che guarda i suoi anziani appisolati sul terrazzo al tramonto del giorno e se ne sente in certa misura il muro e il baluardo, il custode appunto; come se il cuore si stringesse perché - non macchine - ne vede limiti e colpi a vuoto e al tempo stesso ne riconosce l'autorevolezza la quale del resto nasce sempre, anch'essa, solo dal riconoscimento dell'amore vicendevole.
Ora è proprio questa imperfezione - io dico - che infine rivela la grandezza dell'amore, perché non di un ideale e di una perfezione ineguagliabile e onnipotente ti innamori, ma di quella fragilità che non ti umilia ma che anzi ti esalta; ti rassicura e ti dà fiducia di poter essere tu stesso, proprio tu, un po' figlio loro; di poter quindi suscitare amore a tua volta, proprio in quanto a tua volta imperfetto, e quindi da accogliere e da custodire, da guardare e da proteggere nella tua fragilità, nella tua fallibilità, mentre sei nel bel mezzo della gara e c'è qualcuno che tiene il fiato sospeso per te, mordicchiandosi le dita fino a farsi del male.