Mi commuove sempre quando penso a quel parlare faccia a faccia di Mosè col suo signore. E Mosè è davvero il maestro della nostra preghiera, come Abramo; come Davide e come Samuele che è suo servo e appunto ascolta.
Pregare è fare amicizia, è entrare nella intimità familiare ed insieme solenne di due che hanno un progetto insieme, quasi un talamo, una stanza matrimoniale e il segreto tra le coltri di due sposi, di due innamorati, è un'alleanza così profonda e così intima che non solo Gesù ci dice di chiuderci nella nostra camera a farlo, al di là del simbolico e metaforico, ma che in definitiva chiama in causa una tra le forme più sconosciute ormai e desuete dell'amore, ormai: il pudore.
A nessuno verrebbe infatti in mente - se non per puro voyeurismo e per pruriginosità - di raccontare gli appellativi e i vezzeggiativi d'un dialogo amoroso: nessuno va a raccontare in giro cosa ci si dice nel segreto dell'alcova e di quali grazie ci si fa dono peraltro con un'esclusività che sfocia infine nella gelosia che Dio stesso manifesta per il suo popolo di cui è innamorato e geloso appunto.
E nessuno rivela -come scriveva S. Weil - che cosa ti abbia reso così diverso, radioso e luminoso, flessibile e vitale, dopo aver incontrato la donna o l'uomo della tua vita, benché a tutti sia chiaro che qualcosa è accaduto: che dentro la tua casa e dentro la tua stanza, dentro il tuo letto, laddove è il segreto di te, dei tuoi sogni e la tua stessa castità oltre che la tua fecondità, si è consumata una trasformazione che ti ha dato luce, frutto di sussurri e di parole, preghiera, intimità e comunione, che fa diventare raggiante il volto di Mosè e quasi lo accieca perché l'amore rende ciechi e forse talora persino sciocchi e illogici agli occhi del mondo: ah la stoltezza della fede, della fedeltà, delle promesse, di ciò che ancora non vedi ma che tutti vedono però sul tuo volto e nel tuo andare.
Signore, insegnaci a pregare - gli dicono al Maestro - perché un uomo che prega non è un uomo spaventato, è un uomo che ha trovato uno che lo ascolta; è uno che ha trovato qualcuno che lo ami e che lo mette in comunicazione con lui.
Chi prega non dice neppure parole, ne richiama il suono e l'armonia, come un bel motivo, come il canto del giubilo dei salmi che così commenta Agostino: il giubilare è un cantare dimenticando le parole e riportandone a memoria l'armonia.
Perché nel pregare e nell'amare non conta né cosa si dice né quel che si dice ma il far memoria e poi quel motivo, quella bella e grande armonia, quasi canticchiata e fischiettata che hai sulle labbra: quando ti senti innamorato appunto, desiderato e atteso.
E canti e preghi sapendo appunto che stai già contando le ore per il prossimo incontro d'amore. E anche allora non avrai le parole per dirgli quanto hai atteso e quanto sei contento.
Ma basterà il tuo volto, vederti salir le scale fischiettando, come in un giubilo che non conosce tramonto.
Signore, insegnaci a pregare!
Padre Nostro - cominciò lui - e cominciarono a capire che gli erano sempre mancate le parole ma che avevano sempre avuto in cuore come un'armonia che aspettava solo d'esser messa in musica e di essere cantata.
Ad uno che del resto non vedeva l'ora di ascoltare.