La gratuità: ecco una bella parola sconosciuta. Soprattutto nel nostro mondo e nel nostro Paese, un Paese attraversato da sempre dal clientelismo e dalla cultura della raccomandazione che – detto per inciso – non avviene mai se non a danno di altri meno raccomandati di noi e quindi scavalcati nei loro diritti e nelle loro legittime potenzialità.
Non è gratuito il nostro rapporto con i potenti, non lo è con i conoscenti, non lo è con gli amici e spesso ci avviciniamo a loro e li serviamo solo nella misura in cui potrebbero ricambiarci. Sovente siamo più colmi di attenzioni verso quell’amico che in fin dei conti ci potrà ricambiare e donare: direi che persino nei rapporti familiari ciò accade e persino nella nostra fede religiosa. Chiediamo e se diamo è solo in vista – direi quasi sempre – del contraccambio. I dotti la chiamerebbero un fede retributiva: più duramente si potrebbe parlare di un atteggiamento pagano, idolatrico. E’ nella nostra natura umana essere così, perché al re della foresta gli animali rendono omaggio, o quanto meno cercano di sfuggire alle sue grinfie, mentre della bestiola inerme in fondo …
Machiavelli, che della miseria umana aveva esperienza, l’esperienza tragica del potere, sa bene che il potente deve farsi temere piuttosto che amare, e noi a volte persino nell’esperienza di fede facciamo piuttosto l’esperienza del timore che non quella dell’amore. C’è un timore giusto nei confronti di Dio e consiste in quel non voler perdere la familiarità con lui, l’amicizia, non per paura di una ritorsione ma perché la vita senza di lui è più brutta e vuota (dovrebbe essere il timore dell’innamorato); ma certo un rapporto basato principalmente sul timore è un rapporto zoppo, non libero, che non cresce, che non è responsabile: non è gratuito. E invece i Figli di Dio sono liberi, perché sanno che il loro amore non è in discussione, né quello suo, semmai lo sono talora le modalità e le espressioni di questo amore, mi sembra.
Vorrei dire in fin dei conti che la grandezza di ogni gesto consiste proprio nella sua gratuità, nel non prevedere il contraccambio, nel non essere studiato a tavolino e che la libertà di esprimersi è la condizione essenziale di ogni amore (in amore ci si esprime in pienezza e si viene amati per quello e per come ci esprimiamo: ci si innamora sempre di quella particolare modalità di essere e quindi di esprimersi, altrimenti ci si innamora o di un servo o di un fantoccio).
Cristo, per venire al dunque di questo Giovedì Santo, lava i piedi ai suoi, piegandosi, non studiatamente e non per riceverne in cambio qualcosa, ma solo come gesto ultimo del suo affetto: l’affetto è fatto per servire, non per essere serviti; e, potremmo aggiungere, prevedendo inoltre che quel gesto sarebbe stato ricambiato con la fuga in massa di fronte al pericolo. Gratuito e per certi versi ingiustificato, questo gesto, immeritato, che finisce col mettere a nudo che gli uomini, solo dai vincitori non fuggono, mentre dagli sconfitti e dai deboli fanno in fretta a prendere le distanze.
Occorrerà che risorga e che si manifesti perché tutti ritornino da lui, ne riconoscano la grandezza (ancora una volta è la categoria della convenienza e della vittoria a prevalere sulle resistenze dei singoli e della collettività), tanto che non ci sarebbe molto da gloriarsi di fronte alla convinzione che si manifesta di fronte al Risorto, così come quella che si manifesta di fronte al miracolo, alla manifestazione della vittoria, della potenza di Dio, all’intercessione gloriosa e prodigiosa di Maria Vergine e dei suoi santi. E’ davanti alla croce che si sperimenta la fede e di questa ci si può “gloriare”. E’ allora, dalla gratuità del dono offerto ad uno sconfitto, che si riconosce l’amore.