Perdere la fede coincide con il perdere la pace? Me lo chiedo da stamattina in seguito ad uno scambio di vedute con un mio conoscente. Ma cosa vuol dire perdere la pace se non vivere avendo smarrito la speranza e quindi nell'angoscia, convinto quindi che nulla potrai fare e niente potrebbe accadere che possa salvarti la vita?
E come sempre l'impazienza, l'incapacità; di attendere, indica non solo la fine di questa pace ma anche l'impotenza dell'incredulità e quindi la fine di ogni affidamento, se non quello che si limita alle sole parole.
Eppure nulla toglie - perchè siamo uomini deboli - che la stanchezza, l'impazienza e l'angoscia possano talora prevalere e che non si veda alcuna via d'uscita.
Si può pregare in questi casi, non senza avere saputo ammettere anche con se stessi di essere rientrati nell'incredulità e non senza accettare il proprio limite che in quel momento reclama a Dio il motivo della sua lontananza.
Non si deve aver paura di avere paura, di sentirsi soli abbandonati e dimenticati, incompresi. Non bisogna aver paura di gridare la propria incapacità a capire e ad andare avanti: non si deve in alcun modo negare a se stessi che il silenzio di Dio, quella solitudine in cui ci ha lasciati, ci stanno facendo soffrire da morire.
Questa via, una via che conduce alla croce, non è semplice da abbracciare e non va imputata e fatta pagare ad altri, anche se costoro si mostrassero incapaci anche loro di esserti di sostegno e di aiutarti in quel momento. La nostra debolezza in ogni caso richiede un atto di umiltà ed una richiesta: ridammi quella fede e quella fiducia che avevo tempo fa, prima che l'esperienza della croce mi si facesse presente.
A quel calice non eravamo preparati e pensavamo che credere sarebbe stato sempre semplice e radioso. Così non è. Talora credere è; contro le nostre forze, contro il nostro limite, contro la nostra pace; e non sentire la pace in se stessi è; la tentazione di cercarcela altrove: nell'abbandono e nel tradimento; nel dire non era questo il matrimonio, la fede, il patto che volevo.
Chiedo perdono a coloro ai quali faccio scontare questa mia mancanza di fiducia, che è poi spesso anche la loro nei miei confronti e, come mi è stato fatto osservare, la loro sfiducia spesso riflette la mia indecisione, la mia infelicità, la mia mancanza di certezze. La verità è che talora, nel volere fare la volontà di Dio, nel dirlo, è una sorta di scarico di responsabilità nostre.
Vorremmo segni e interventi dirimenti che invece riguardano solo la nostra libertà e allora, mancando l'atto della nostra libertà, la nostra decisione, ecco che nasce la sfiducia degli altri, il silenzio di Dio, la sua lontananza.
Dio si allontana quando noi ci allontaniamo da noi stessi, in fondo. E allora è vero. chi non ha pace, ha perso la percezione di avere Dio al suo fianco: c'è; qualcosa che ci separa: il nostro egoismo, la nostra irresolutezza, le nostre paure, il nostro limite. Come si fa a vincere se non riconoscendo e chiedendo?
Non pretendo nulla dico, e non desidero che stare con Te, ma forse non lo desidero abbastanza se non ho ancora trovato il modo ed il luogo per farlo: forse non ti ho ancora ascoltato abbastanza in silenzio. Non voglio fare quello che voglio io - dico sempre - e forse non voglio abbastanza quello che sostengo di volere.
Mi si chiede in che modo io veda dunque il mio futuro. Lo vedo con Lui, con cui debbo imparare una nuova confidenza che mi richiede ora, probabilmente altre cose: nella preghiera profonda e costante (e qui ci sono); nello studio e nella lettura (e qui ci sono); in uno stile di vita sobrio ed evangelico (e qui ci sono); nell'annuncio e nella testimonianza (e qui invece ho ancora da lavorare).
Il resto ha solo bisogno dei suoi tempi. Signore, dammi la pace e la sapienza dell'uomo sapiente.