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I pezzi della storia

Pubblicato da enzo cilento su 11 Giugno 2013, 08:36am

Ritorno sull'argomento: A proposito di uomo a pezzi.

Ricordo uno dei film meglio riusciti di Woody Allen, Decostructing Harry (in italiano "Harry a pezzi"), dove quel termine "a pezzi" indicava sia lo stato d'animo del protagonista, meglio sarebbe dire la condizione esistenziale di questi, splendido simbolo peraltro di quella middle class americana che può permettersi di far ricorso allo psicanalista per "raccogliere i cocci"; sia la stessa struttura frammentaria del film, in pezzi, in short cut, storie brevi appunto; sia infine la perdita di quella unità che sempre di più travolge le nostre vite, tutte vissute come pezzi non solo cronologicamente differenti e distinti ma anche separate e tra loro e in se stesse, come frantumate, con personalità che nello stesso momento appaiono in una caleidoscopica moltiplicazione, colorata o grigia che sia.

Ma se questa frammentarietà è una costante letteraria degli ultimi centocinquanta anni (a partire da Musil, Svevo, Roth, Pirandello), essa nondimeno può dirsi scritta da sempre nella stessa storia dell'uomo: lo è nella tragedia greca; lo è persino nei testi semitici; è avvertita persino in San Paolo, al punto di riconoscere una netta divaricazione tra l'individuazione del bene, la sua conoscenza, e la volontà di perseguirlo; benché nella tradizione giudaica non esista conoscenza reale che non sia anche fattuale, per cui chi non opera il bene, pur dicendo di conoscerlo, in realtà non lo conosce affatto, perché non lo pratica.

Per loro in effetti la conoscenza è sempre un fatto intimo, come nel rapporto tra due persone, laddove "conoscenza" è appunto sinonimo di intimità, persino fisica, il che mi sembra riguardi persino la conoscenza tra l'uomo e Dio.

Ma il punto non è questo.

Il punto è che, rispetto al passato, questa destrutturazione e questa frammentazione esistenziale si va accentuando sempre di più, tanto che, come la stessa ispirazione artistica è sempre più di respiro corto (il racconto breve rispetto all'ampio respiro del romanzo, per non dire poi del poema; così come i cocci aguzzi, ossi di seppia e universi carsici e spogli, evocazioni e frammenti, anche in pittura); così anche nell'uomo si registra una difficoltà crescente a raccapezzarsi, a trovare una unità nell'infinita varietà e delle sue esperienze e delle sue storie, e nella drammatica moltiplicazione dei suoi impulsi.

Ogni pezzo di vita solo a fatica sembra appartenere ad una unità e non a caso le cose, le storie, le esperienze non solo non convergono in Una ma si esauriscono tutte in sé: tutte ad un tratto vengono dichiarate concluse: si chiude un capitolo della mia vita - diciamo- "è finita". E questo vale per ogni cosa: matrimoni e legami, amicizie e attività. Durano lo spazio di una parentesi.

Si chiama provvisorietà questa: episodicità, cosicché la vita - come i film - è fatta di episodi, tutti destinati ad un'autonomia assoluta, volendo, tutti in sé conclusi e tutti finiti: dopo comincia un'altra cosa, un'altra vita, un altro film, col risultato che però il soggetto che ne dovrebbe essere il protagonista finisce per andare appunto in frantumi (chi è?); incapace di ritrovarsi: io sono questo e quello, il sommo bene, il sommo male, un dilettante delle emozioni e delle esperienze, un dilettante di talento come si diceva una volta.

Dove risiede allora quell'unità?

Forse nel non aprirsi a nuove esperienze, viaggi, contatti con altri mondi, diversità; a nuovi lavori, in un mondo in cui peraltro sempre più spesso si è costretti o stimolati a cambiar lavoro e città, magari macchina e casa, per non dire moglie, interessi e fede religiosa?

Che cosa fa dell'uomo a pezzi un uomo intero e che non va in frantumi?

Io credo soprattutto una seria riflessione antropologica ed esistenziale, come cercavo di anticipare stamane: chiedersi che cosa è l'uomo perché abbia un senso la sua presenza e la sua esistenza, se vogliamo dargliene una.

Chiedersi in cosa sia un bene il moltiplicarsi delle esperienze e delle aperture; chiedersi in che misura in questo cambiare e cercare resti una unità di fondo che è forse domanda quando non è solo abitudine e irrequietezza per vincere la noia di non trovare un senso bastevole in quel che si vive.

Perché altro è l'irrequietezza che si esaurisce in un iperattivismo che combatta la noia; altro è l'inquietudine che cerca un approdo alla propria domanda. Quella sul senso, appunto.

Chi sono io? Che senso ha questo cercare e sperimentare? A cosa rimandano tutti i pezzi della mia vita?

Forse è questa domanda che dobbiamo inseguire ed insegnare, sollecitare: che non si impedisca il movimento ed il cambiamento come se muoversi e cambiare siano un male (daremmo ragione a chi ci accusa di immobilismo dogmatico), ma che si ponga a monte di questa ricerca legittima, una domanda che ne spieghi, o tenti di farlo, la mozione.

Perché o l'uomo si fa a pezzi perché disperso dietro la forza centrifuga di mille impulsi e curiosità che non approdano a nulla, compulsivi; oppure egli è il luogo di un'unità in ricerca che può anche apparire frammentaria ed a pezzi, talora, ma che comunque è alla ricerca di un ricompattamento, di una identità.

L'unità è ancora possibile, intendo dire, e non bisogna neppure aver paura della dispersione: è necessario però fermarsi a chiedere la ragione del proprio movimento, per essere fedeli a se stessi, in qualche modo, e alla propria storia.

Dopotutto, la storia di tutti è una storia che si va costruendo pezzo dopo pezzo, secondo un'idea di progetto.

Ed è quella che va conservata, non va smarrita, non va svenduta, per non andare in mille pezzi: per dire "ecco, tutti quelli sono io; tutti quelli sono il mio progetto, proprio la mia storia".

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