Quaerebam unde malum et non erat exitus - diceva Agostino - Mi chiedevo da dove venisse il male e non trovavo una risposta. Sì, il male esiste e non si smette di farne esperienza. Per fortuna si fa esperienza anche del bene.
Ciò che ci accade momento dopo momento, il fatto stesso di esistere, di essere, di decidere, di essere liberi, è già un sommo bene, al quale però siamo abituati, come se il bene fosse scontato, appunto; ed in effetti lo è, dal momento che alla categoria dell'essere non si può coniugare che quella del bene (Dio nella creazione vede che tutto è buono; o addirittura molto buono).
Ci scandalizza invece e ci ferisce che all'esistenza sia coniugabile anche la categoria del male, gratuito, che quindi da tutti viene avvertito come una sottrazione al bene, quindi all'essere. Il male dunque dice Agostino stesso è quel che manca al bene.
Coniugandolo con l'esperienza del male che ciascuno di noi fa, in se stesso e intorno a sé, anche il Vangelo di oggi può aiutarci a chiarire meglio i termini della questione: il bene non solo è ciò che immediatamente si coglie nell'essere ma anche ciò che è implicito in quanto promessa.
Mi spiego: il pubblicano di oggi riconosce di non essere degno di avvicinarsi e di chiedere perché sa di essere peccatore, cioè non "buono" in pienezza, ed è già bene il riconoscimento di poter essere di più di quanto non si sia.
Il suo agire quindi è pieno di realismo e pieno di umiltà, cioè proiettato verso una pienezza non ancora sfiorata che invece il fariseo ritiene di aver raggiunto grazie al suo regolismo. In effetti l'atteggiamento del pubblicano è un bene perché è uno slancio verso la realizzazione di questo bene stesso, mentre quella del fariseo è in sostanza un'affermazione autoreferenziale e presuntuosa e soprattutto incapace di produrre altro da sé, sterile, che quindi non potrà portare ad alcun fenomeno di crescita.
E' in sintesi l'atteggiamento di chiusura di chi dice "io sono fatto così e non posso più cambiare": atteggiamento cui manca l'apertura della speranza e della fede, come già si diceva.
L'altra posizione è quella di chi prende atto del proprio limite non per dire "prendere o lasciare" , ma per chiedere di essere compreso nel suo limite, per non essere più prigioniero di esso, di non essere giudicato per quello; e per quello di essere ritenuto irrecuperabile.
Da dove dunque il male? Il male deriva dalla presunzione, cioè ancora una volta dal ritenere che la propria condizione sia il bene (il bene più grande che si è in grado di conoscere e di vivere) e che quindi finisce con l'impedire qualsiasi cammino verso il completamento dell'esperienza, della conoscenza e del bene ultimo: il male si riconferma essere quel che manca rispetto al bene.
Alla base di ogni male dunque l'incomprensione, in senso etimologico, chiusura rispetto al porsi in dialogo con l'esistenza e con il prossimo (certo: un dialogo si fa sempre tra le parti e non è detto che tutte e due vogliano dialogare e quindi comprendere); pertanto è male il non porsi in ascolto (ritorna l'argomento della chiusura); non aprirsi alla comunicazione reale, alla comunione.
Esso, dal punto di vista relazionale, è contrapposizione; non volersi fare carico dell'altro come persona che ci interpella in tutta la interezza, con tutta la sua storia e problematicità, con tutto il suo bagaglio di umanità irrisolta, quindi imperfetta, da esplorare, da completare, quindi non ancora bene in senso compiuto ma limite che si va muovendo verso un destino che aspira al miglioramento.
La relazione con l'altro parte dunque da questa considerazione (l'altro è una imperfezione che chiede di compiersi); mentre il bene consiste nel relazionarsi con una tensione che attende di essere sostenuta e supportata.
Non la complicità e la connivenza ci è chiesta ma la comunione e la condivisione nell'aspirare al meglio da sé.