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Se dici Trinità

Pubblicato da Enzo Cilento su 31 Maggio 2015, 09:05am

Tags: #mater et magistra

Ci riflettevo. Non sono in grado di districarlo il mistero della Trinità del Nostro Dio cristiano.

Del resto ci hanno provato fior di teologi ed i Padri.

In una delle mie prime “sale d’attesa” in un palazzo vescovile di qualche decina di anni fa, mi capitò sottomano il testo del padre, Atanasio, e insomma provai a fingere di leggere, comprendendo poco, immagino. E lo stesso potrei dire di tutte le volte che mi ci son messo di fronte, al mistero insondabile dunque ed ineffabile, sul quale quindi nulla o quasi di può dire: si resta un po’ così.

Come di fronte alla contemplazione della stessa, immaginata nel Paradiso da Dante; tema su cui infine si sono azzannati secoli di padri e di loro contestatori; Oriente ed Occidente, spesso l’un contro l’altro armati.

Mi torna in mente Giovanni, l’evangelista, e il suo indicare con quel “come io sono nel Padre …” con quella idea – lo dico in malo modo – della medesima “compresenza” del Padre e del Figlio; e di quella nostra, infine, consequenziale, nel Padre, in quanto suoi figli: come espressioni di una volontà esplicita di crearci. Da questo punto di vista noi saremmo pertanto nella mente e nel cuore, nella volontà di Dio; per così dire “derivati” dalla sua natura; fatti anzi a sua immagine e somiglianza, Figli infine e tanto basta.

Tanto che se il suo Spirito si esprime in noi, nella sua volontà di renderci simili a Lui: noi ce ne sentiamo figli capaci di dire “Abbà padre” proprio perché il nostro spirito riconosce il suo e la sua paternità. Chissà.

Non mi abbarbico più, per non stancare e non andar fuori dalle mie conoscenze.

Ma Trinità è prima di tutto – direi - specie sintesi simbolo e prototipo del legame esistente tra un Creatore e la sua Creazione, “circolazione” e “comunicazione”, “eredità”. Per cui le cose create portano in sé la sua impronta (siamo suoi, come un marchio di fabbrica); e in noi è il digitus dei, “parte del suo corredo cromosomico”, a tutti gli effetti e tutto ciò che è ne ha parte.

Così che allora ogni uomo (anzi tutto ciò che è) è prezioso: in tutti è Lui, benché in forma e modo diverso.

Questi i pensieri in cui stamani mi attorciglio (e chiedo scusa), mentre penso alla felicità che si prova – un attimo, cosciente – felicità di cogliere dunque, di intuire, questa unità e questa continuità progressiva.

Si tratta di quella che altrove altri popoli chiamano “l’armonia” e che consiste infine proprio nel sentirsi parte di un Uno e di un progetto, non mai buttati là, non soli a questo mondo;

che anzi abbiamo ricevuto la promessa che mai lo saremo “fino alla fine del mondo” (e poi’); e che insomma la nostra storia si inserisce in un’Altra, frutto di una Paternità decisa voluta consapevole e responsabile, che fa dell’uomo dunque un progetto altissimo, con una dignità immensa ed una grande responsabilità.

Come ricorda il Deuteronomio, esiste un altro popolo, un’altra realtà che sia stata così deliberatamente scelta e poi ancora amata; e a cui Dio abbia parlato e a cui abbia insegnato come essere felice, in armonia, come la nostra?

L’uomo (e poi il creato) è il popolo con cui l’Uno si relaziona preferibilmente; per il quale Egli si fa Trino e Triforme, quasi; è la Voce che Parla (a noi), Padre; che ci spinge a farci Verbo incarnato, Figli, con la nostra vita; e infine che inala e respira uno spirito “santo”, separato, eccelso, che ci dà vita forma per quel che siamo e ci costituisce proprio in quanto uomini, con un ruolo preciso all’interno dell’Unità e della Continuità della Creazione, un gradino più su, ultimo livello, il più nobile, di questa Sua evoluzione.

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