“So che avete sbagliato per ignoranza”. Mi viene spesso naturale pensare anche a questo ormai – e ne sono contento! – quando rifletto sul male che si fa.
E se non fosse ignoranza, potrebbe essere superficialità; per un modo di sentire diverso; perché non si è avuta contezza di quanto potesse ferire quanto abbiamo fatto.
Bisogna concederla e bisogna concedersela questa attenuante: è come dire “non sanno quello fanno. Perdonali”; “Non sapevo quel che facevo. Perdonami”.
Il che lungi dal deresponsabilizzarci sempre e del tutto; non lo fa mai del tutto.
Dopotutto, ignorare è spesso frutto della nostra durezza, della nostra pertinacia; è una nostra mancanza, una insensibilità. Spesso non sappiamo semplicemente ciò che non ci interessa sapere.
Poi magari, non sempre è così. Ma è una chance, un’attenuante che dobbiamo concedere.
Per fortuna – o per grazia, chissà! – cominciamo a sapere, dopo aver veduto (intuito) le conseguenze delle azioni che abbiamo compiuto. Se un altro piange a causa nostra, per il nostro tradimento; se gli togliamo la pace e la serenità, lo rendiamo diffidente; non possiamo non ri-conoscere la natura di quello che abbiamo fatto; probabilmente anche molto al di là delle nostre intenzioni.
Non è un discorso teorico ed astratto quello che sto protando avanti, del resto. Vi rifletto nel concreto.
So oggi, 19 aprile di avere ferito e di aver fatto del male. E posso anche dirmi di avere ignorato – come Pietro dice a coloro che hanno mandato a morte il Cristo: “non ne sapevano la natura” – ma non posso ignorare più gli effetti provocati: quelli per me sono evidenti.
Quelli mi insegnano a non ignorare d’ora innanzi; a considerare prudentemente le ragioni dell’altro; a non considerarlo solo un fantasma, un altro, che si manifesta sulla mia strada; ma sempre un uomo come me, da ascoltare prima di tutto, da interrogare: perché io possa non ignorare quanto gli sta a cuore, il suo bene vero, insomma.