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Se non ti ignoro

Pubblicato da Enzo Cilento su 19 Aprile 2015, 09:13am

Tags: #mater et magistra

“So che avete sbagliato per ignoranza”. Mi viene spesso naturale pensare anche a questo ormai – e ne sono contento! – quando rifletto sul male che si fa.

E se non fosse ignoranza, potrebbe essere superficialità; per un modo di sentire diverso; perché non si è avuta contezza di quanto potesse ferire quanto abbiamo fatto.

Bisogna concederla e bisogna concedersela questa attenuante: è come dire “non sanno quello fanno. Perdonali”; “Non sapevo quel che facevo. Perdonami”.

Il che lungi dal deresponsabilizzarci sempre e del tutto; non lo fa mai del tutto.

Dopotutto, ignorare è spesso frutto della nostra durezza, della nostra pertinacia; è una nostra mancanza, una insensibilità. Spesso non sappiamo semplicemente ciò che non ci interessa sapere.

Poi magari, non sempre è così. Ma è una chance, un’attenuante che dobbiamo concedere.

Per fortuna – o per grazia, chissà! – cominciamo a sapere, dopo aver veduto (intuito) le conseguenze delle azioni che abbiamo compiuto. Se un altro piange a causa nostra, per il nostro tradimento; se gli togliamo la pace e la serenità, lo rendiamo diffidente; non possiamo non ri-conoscere la natura di quello che abbiamo fatto; probabilmente anche molto al di là delle nostre intenzioni.

Non è un discorso teorico ed astratto quello che sto protando avanti, del resto. Vi rifletto nel concreto.

So oggi, 19 aprile di avere ferito e di aver fatto del male. E posso anche dirmi di avere ignorato – come Pietro dice a coloro che hanno mandato a morte il Cristo: “non ne sapevano la natura” – ma non posso ignorare più gli effetti provocati: quelli per me sono evidenti.

Quelli mi insegnano a non ignorare d’ora innanzi; a considerare prudentemente le ragioni dell’altro; a non considerarlo solo un fantasma, un altro, che si manifesta sulla mia strada; ma sempre un uomo come me, da ascoltare prima di tutto, da interrogare: perché io possa non ignorare quanto gli sta a cuore, il suo bene vero, insomma.

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B
Provo ad accogliere il tuo invito e a sperimentarlo.
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B
E' vero e sarà per questo che si arriva perfino a sentenziare in qualche caso "la non curanza é il maggior disprezzo" visto che quando "ci prendiamo cura di qualcosa o di quancuno" in genere é perché ci é caro.<br /> Non prenderci cura dell'altro (del suo modo di essere, di pensare o di fare) o prendercene cura sulla base principalmente del nostro sentire (mi dico, pensando soprattutto al mio agire) é un'errore (o comunque un approccio miope) in cui spesso si cade anche se "in buona fede" cioé nella convinzione di fare del bene e di farlo come meglio ci riesce e per giunta convinti di essere in sintonia con chi ne dovrebbe beneficiare.<br /> Ignorare cioè non sapere o ignorare cioé non prendere in considerazione nel dovuto modo: questo (mi) porta a valutare erroneamente la realtà - almeno in alcuni casi. <br /> Quello che forse si pùò fare - mi dicevo - anche per giustificare il fatto che sono di natura una bella chiaccherona (diciamo la verità !!) e che mi piace ascoltare il prossimo con un pizzico di cuore e partecipazione, é "curare" l'ignoranza con il dialogo che forse rimane uno degli strumenti che ci fa "avere le carte in regola" per offrire ed accogliere i pensieri e sentimenti.<br /> Non ho "scoperto l'acqua calda" - come si suol dire - ma proporre cose semplici anche se ovvie, a volte é solo un'invito (a me per prima) ad affrontare ciò che ci stà a cuore cominciando con quel dono magnifico che é la parola. E magari dalle parole passare ai fatti che così forse (mi) aiuteranno a vivere il prossimo senza "ignorarlo"anzi considerandolo l'altra parte di noi.
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E
A volte parla molto di più il silenzio!

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