Di che segno sei dunque?
Sei dello Scorpione, del Toro o di quel segno irriferibile che non si vede mai; che chiedi sempre a tutti, persino al Padreterno, per credere in quel che ti accade e per trovare una chiave di lettura per interpretarlo?
Ai molti ipocriti che al Cristo chiedevano un sego di riconoscimento ("facci un segno, un miracolo, qualcosa di mirabolante"); egli risponde che di queste cose ce ne sono infinite nelle nostre esistenze e non le vediamo; mentre di uno che mette a repentaglio la propria, di esistenza, non ce n'è in giro.
E che è questo che da lontanissimo, come una favolosa regina del Sud, tutti vengono a cercare, qui e ovunque.
Perché solo se sei disposto a spostare le tue nobili natiche puoi trovare. E' l'essere radicati sulla propria pigrizia, sulla nostra miopia, sull'egoismo che basta a se stesso, che non ci fa vedere il segno che cerchiamo.
Di che segno sei dunque?
Sei di quelli che nell'oroscopo scritto nelle stelle vedono la propria vita riflessa, sempre da domani in poi? O di quelli che le stelle se le mettono nelle tasche, perché il gioco è già ora e la via va segnata con il proprio sudore?
Sei di quelli che i segni passano e tutto è come prima; o sei di quelli a cui i propri segni impediscono di vivere, anche solo di fare un passo?
Nei momenti bui di questo inverno, quando tutto era un segno che stavo inseguendo segni ed oroscopi lontanissimi, scrivevo un testo per il teatro che ora sto mandando giù a memoria. E che è pieno zeppo di segni e di cicatrici; che solo a ripeterlo avverto il dolore - molto più di un segno - e ne provo ribrezzo come di una croce.
Rinnovellarlo quel dolore e passare nei segni e nelle piaghe è andare oltre il segno e non so davvero se sia giusto infliggerne di segni così a chi mi legge e mi ascolta.
Forse il segno, il simbolo e il miracolo è passare oltre, far fruttare il dolore e farlo diventare altro: magari amore...