Appena venti minuti - quanti ne occorrono per coprire in metropolitana lo spazio da lavoro a casa - per dirti quello che volevo raccontarti da tempo; perché il fumo sta inondando la galleria e non so se ne uscirò vivo, come in un sotterraneo delle Torri Gemelle e senza neppure sapere se mai qualcuno potrà leggermi: proverò a mandarti una mail dalle viscere della terra...
Volevo dirti che ho l'impressione, ora di non avere conosciuto niente, di non avere incontrato davvero nessuna cosa e persona nel mio vagabondare: ho dedicato loro davvero troppo poco tempo e poca attenzione, pochi frammenti. Un vero peccato, occasioni sprecate per non restare solo concentrato su me stesso, solo, mentre gli altri erano il noumeno e l'inconoscibile, al più riducibile solo alle mie povere categorie, dieci o dodici neppure è importante, ora.
Ho questi minuti per guardarmi ancora attorno e cogliere lo sguardo di chi mi è a fianco, prima della camera a gas, condividerne paure, come nella sala d'attesa del chirurgo: chissà cos'avrò ancora da tagliare in questo corpo, senza che mi strappi pure l'anima.
E all'improvviso li scopro somiglianti, guardandoli, somiglianti a me, questi uomini in trappola come nella galleria, come in miniera, come nelle stanze isolate dal fuoco e lontane da ogni ascensore, morto ormai del resto, come tutto questo inferno di cristallo.
Ti potrei dire che ti ho amato a modo mio: se fosse vero. Che ho colto il bello delle cose, come un'emozione, la bellezza della natura, il suo senso, organismi il cui funzionamento indicava armonia e quindi forse uno scopo: pensavo fosse lo stesso per me e per ciascuno di noi.
E vorrei raccontarti che al di là della mia fede misera ho sempre cercato un ordine morale, una sorta di rispetto universale per chiunque e per qualunque cosa, come se fosse un Dio ad avermelo detto, cercando rispetto, dandolo: anche quando Dio non lo vedevo.
Vorrei salutarti ora che sono qui sotto, al chiuso e i polmoni ch'eran pieni d'aria stamattina mentre correvo in strada si riempiono d'un gas venefico e di calore, di umori e di terrori condivisi; che non ti ho mai detto ch'è stato significativo incontrarti - quando sono stato in grado di farlo - e che la memoria già va nostalgica alla letizia vissuta e malinconicamente a quella che non ho saputo cogliere; che troppo spesso ci siamo strappate le vesti e rincorsi come cani per le sciocchezze che stanno lassù in superficie; e che insomma ho perso mille occasioni per fare quel che faccio ora: dirti grazie. A te, a quelli che mi han fatto compagnia.
Ce ne stiamo così in attesa, terrorizzati e immobili, nella nostra Shoah, impreparati a riconoscere il Divino in quella normalità e quotidianità che c'è stato possibile vivere finché siamo rimasti fuori, liberi, non intrappolati, non solo corpi ed organismi che vanno sciogliendosi nella legge del veleno del fuoco e della decomposizione.
Così scrivevo e non stavo sognando, galleggiando nell'universo onirico, dopo una pagina di Hannah Arendt nella notte, banalità del male e copertine del Time con il fuoco che si sprigiona dalle Torri cadute come due Gemelle oggi il giorno del dialogo tra Chiese ed Ebraismo, figli e genitori: muti e separati anche loro, inespressivi, a lungo...
Che Dio ci conceda di dirle queste cose a chi le attende, prima che sia tardi: saper pronunciare "ti amo" all'esistenza, ai nostri compagni, alle creature nobili con cui siamo rimasti in attesa che le regole cambiassero, facendoci compagnia, senza tenerci il broncio.
Nessuna parola di conforto voglio trattenere, mai più, come se nel cuore passassero e restassero ingabbiate come in un tunnel di metropolitana.
Arriverà il messaggio, la mail: dovessi contravvenire le leggi della fisica e quelle dell'Ultramondo; dovessi strappare il velo che separa la morte dalla vita. Non resterò in silenzio, non devo; da ovunque parlerò anche nel sonno di coloro a cui parlo: da un'altra dimensione, come da un telefono gracchiante dall'estrema Terra del Fuoco, tra Chile e Argentina.