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LA PASSIONE CHE RIVIVE IN TEATRO

Pubblicato da enzo cilento su 30 Gennaio 2013, 17:27pm

Una delle esperienze più belle e integrali che si può fare è quella di fare teatro. Fare nel senso di scrivere di teatro, di mettere in scena, di allestire uno spettacolo, la scena, curare ogni particolare perchè questa arte scritta sull'acqua (quasi mai ne resta nulla ed ogni replica resta unica) è come mettere al mondo, rimettersi al mondo.

Personalmente, dopo averne provato l'ebbrezza da insegnante in una brevissima stagione e dopo l'esperienza della scrittura giornalistica, di quest'arte mi sono innamorato fino a farne una delle ragioni della mia vita.

Fu proprio rileggendo un mio vecchio testo oltretutto (so che è di cattivo gusto citarsi ma qui necessita) che qualche anno dopo mi resi conto che quella ricerca di Dio e di Assoluto che mi ha poi fatto approdare al punto in cui sono che magari per qualcuno è un punto morto ma è solo punto di Passione, era già presente in quelle parole, in quella disperata nostalgia che neppure tanto tra le righe io provavo.

Ma fare teatro è una magia: meglio è Passione e Morte, quasi Eucaristia; è l'arte di dare vita a ciò che non si vede, a quella interiorità che avevo così difficoltà a lasciar trapelare altrove e tanto meno nei miei atti quotidiani. E' puro spirito in un corpo.

Era ed è una vera terapia infine alla quale anche ora affiderei quella frustrazione che vivo a volte di fronte alla totale impermeabilità del contesto rispetto a ciò che invece vorrebbe andare a fondo.

Non c'è spazio per il silenzio del teatro, oggi, neppure per il suo pudore, per il detto e non detto, per la quasi sola voce ed il suo cuore. Si cammina su altri binari. E l'uomo è più povero, perchè in scena si mette una maschera per essere se stessi, nella vita si fa il contrario, direi, rinnegandosi di continuo.

Mi fa piacere parlare oggi di teatro e conto di farlo spesso visto che la mia carriera di giornalista peraltro è proprio cominciata (o quasi) da una rubrica sul teatro, quello rivolto ai giovani ed alle scuole soprattutto.

E domani oltretutto si fa memoria di San Giovanni Bosco (per i Salesiani la didattica legata all'esperienza teatrale è una costante, da sempre).

Ma non di questo volevo dire. Volevo dire che sono molto grato a quanto ho visto ed imparato in scena, a quelle emozioni mai dimenticate, a quelle Passioni quasi sacre in scena.

Che penso spesso di essere stato fortunato perchè fin da bambino ho avuto modo di vedere all'opera degli autentici giganti: la prima cosa l'ho vista (Enrico IV) con in scena un grande come Romolo Valli; ho visto la Melato nell'Orlando di Ronconi; Alida Valli (un sogno), già anziana, in un testo di D'Annunzio; ho visto Orsini e Branciaroli in un Amleto memorabile. E poi ancora, alla rinfusa, la Falck, Stoppa, Crippa, Malfatti, Guarnieri, Franca Valeri, fino a Gaber e persino la Goggi che in scena, nel suo genere è un mostro.

Cosa ho imparato da loro? Che è un'altra vita quella in scena, un'altra vita, parallela; e anche lì è chiesto di soffrire, di sudare, di amare fino a sentir dolore.

Perciò lo amo: perchè quando sono in scena o fuori a guardarlo sento l'odore della fatica, della polvere, i rivoli di sudore e quel lavoro di costruzione e di interiorizzazione che sanno di escavazione di verità, di Assoluto che si Incarna appunto.

Non dimenticherò mai la mistica di quella vita nuova che molto si avvicina all'esperienza dell'ascesi e del contatto con Dio.

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