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In maschera pregare

Pubblicato da Enzo Maria Cilento - fratel Simeone su 2 Agosto 2021, 09:22am

Tags: #preghiere

In maschera pregare

C’è un bel vantaggio a tener su la mascherina - oltre a quello di tenere un po’ più distante il contagio, ovviamente - e si tratta di poter dire quel che si vuole (quasi tutto); ed allo stesso modo, di fare tutte le smorfie e le boccacce che si desidera, a viso coperto.

Nel libro dell’Esodo – ricordavo - ad un certo punto, durante la sfibrante ed interminabile traversata del deserto (40 anni), si legge che la gente, stanca del viaggio e della dieta monotona e ristretta (manna e quaglie nei momenti migliori) cominciò a mormorare, prima in segreto e poi in malo modo, apertamente, ed a recriminare sui pregi di quel bel tempo passato, quello della schiavitù d’Egitto, quando potevano mangiare tutti, porri meloni cipolle e cocomeri. “Ah fossimo rimasti in quel bel posto dove ci sfruttavano a dovere!” – si dicevano l’un l’altro.

Quelle chiacchiere (murmur, alla latina) è lecito pensare che venissero pronunciate sottovoce, mano davanti alla bocca, in qualche anfratto e nell’ombra, perché il capo spedizione non sentisse (Mosè, intendo). Papa Francesco da parte sua, fin dall’inizio del suo pontificato, ha rimproverato che in Curia si fa lo stesso. Mormorare è infatti un’operazione clandestina, almeno dapprincipio e in certi contesti,  pericolosa e non indolore. Tutt’altro.

Quel che mi accade – ed ho buone testimonianze che non solo a me succeda – è che di questi tempi, complice la maschera di cui dicevamo, una parolina in più la si possa dire, così di nascosto: a quello che non ti dà la monetina di resto ed arrotonda come sempre; a quella che ti vuol passare avanti in qualche immancabile fila sotto il sole; anche a quelle che in chiesa blaterano ahinoi come transistor meccanici ferme sempre sulla stessa nota, tutta la gamma delle preghiere e delle litanie che sono loro note.

Dopo un po’, starci dentro diventa come un esercizio di pazienza e di sopportazione. E il caldo non agevola l’operazione di adattamento.

Da qualche giorno così ho scoperto il gusto di leggermi le mie cose nel frattempo, anche ad alta voce - lo confesso - confondendo la mia alla voce altrui, in maniera che diremmo policroma, e facendo da controcanto. Con la sola cautela di non uscire fuori dal coro, cioè dal suo tempo, dal ritmo respiro emissione della voce.

In questo modo, me ne vado quindi zompettando da un salmo ad un altro. Mi dico cose che mi stanno a cuore. Parlo persino con Nostro Signore e cito ed indico e segnalo, per intercedere, mentre quelle fanno la nenia ed il lamento sotto la croce. Mi accade non di rado di continuare così al momento delle intercessioni, nel corso della messa. Quelle che leggono, già stampate e confezionate, onestamente mi sembrano un po’ frigide ed anodine.

So bene che l’obbedienza – come si diceva in monastero – risiede pure in queste piccole cose, ma fastidio non ne do. Resto sottotono. La mia voce è più bassa di quegli altri. Non vado mai fuori tempo e neppure sopra le righe. Qualche volta mi diverto a fare qualche ghirigoro, qualche giro di note, qualche variazione sul tema pure nel corso dei canti che vengono intonati. A volte viene bene, tanto da armonizzarsi in singolare dissonanza. Altre volte è proprio un’altra musica e così la preghiera, pronunciata insieme ma ciascuno dando del suo.

Qualche commento e persino qualche verso me lo faccio sfuggire pure in strada, sotto la maschera (raccontano che molti, santi ed aspiranti, non  perdevano occasione di pregare e lanciar giaculatorie: non ambisco a tanto); così che infine, quella che è una schiavitù – tener la mascherina - è divenuta quasi una inedita opportunità.

Non mormoro per la nostalgia dei cocomeri e dei meloni, ma se sono abituato a pensare pane al pane e vino al vino, in questo stato diventa più semplice dirlo, ed è molto liberatorio. Al Signore deve piacere anche questa creatività che nasce dal bisogno: dal sapere trovare estremi rimedi a condizioni simili. Dico di più. Messi da parte quei sensi di colpa che provavo prima a far questo giochetto, adesso sento che quella mezz’ora adesso è molto più mia. A volte si canta per amore ed a volte per rabbia. Molto di più, per il gusto di cantare e basta.

Ho partecipato a riti cristiani in Oriente dove alla irreggimentazione romana si è preferita l’anarchia liturgica: ognuno un po’ a modo suo, in lunghissime cerimonie da cui si entra e si esce ad libitum. Non sono un modello da perseguire, ma rendono bene l’idea …     

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