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In vita ed in morte della tv

Pubblicato da Enzo Maria Cilento - fratel Simeone su 7 Luglio 2021, 10:11am

Tags: #unica

In vita ed in morte della tv

Ho preferito aspettare qualche ora – come sempre sarebbe consigliabile fare in questi casi – nell’attesa che lo strepito nazionale, il cordoglio emotivo, venissero man mano spegnendosi, per scrivere la mia. In realtà, molte troppe cose ci interrogano contemporaneamente. E su molte sarebbe il caso intervenire: e penso qui al pasticcio che si va preparando sulla legge antidiscriminazione che intanto vede in campo nuove alleanze inusitate, ma non insospettabili, in vista di altri appuntamenti istituzionali, il cambio della guardia al Quirinale, per esempio.

L’argomento che invece qui volevo affrontare ha un nome ed un cognome ed è quello di una primadonna, “di una soubrette” come si diceva un tempo, appena scomparsa, nel totale riserbo. Così aveva deciso coraggiosamente di vivere la sua malattia. Di molte cose le si può essere grati, e di questa massimamente. Innanzitutto come esempio. Così come le si può essere riconoscenti per il sorriso, da tutti celebrato, l’autoironia e quella demistificazione della femminilità, mai fatale mai divistica, che ne hanno fatto in fin dei conti un prototipo credibile di modernità al femminile, anche e soprattutto nello spettacolo.

Molte delle cose fatte a suo tempo, possono non essere state di nostro personale gradimento (i fagioli, gli incontri a sorpresa con relativa commozione a distanze generazionali) e si può anche non amare il guardaroba della soubrette, così clamorosa, così deliberatamente avvezza agli sbriluccichii, agli svolazzi, alle piume, alle paillettes. Credo che fosse il lascito, l’eredità della vecchia rivista; della finta ricchezza in cartapesta di un’Italia che nella sostanza era stata poverissima e miserrima.

Era l’omaggio al circense anche; al romagnolesco, al felliniano, e alla commedia dell’arte. E questo non a caso piacque prima ancora della riscoperta del burlesque. E questo conquistò i bambini che vedevano gli abiti delle bambole indossate al sabato sera; quelli delle principesse e delle Barbie nostrane, usati direi con finissimo cervello. E questo piacque infine in quei paesi latini, dove ugualmente la miseria e la mancanza di libertà trovava la sua vendetta nell’armadio meravigliosa e insieme audace/rassicurante della divina sorridente, quindi tangibile e vera.

Del resto era questo il vezzo e la missione della televisione, all’epoca, anche di casa nostra: addomesticare e portare in casa ogni cosa, come l’abc del maestro Manzi. Ed è l’esito infine della società post-televisiva.

La successiva, la nostra età, quella del web, sembra usare altri codici, invero. Che non sempre inducono al sorriso. Raffa, da questo punto di vista, rimaneva una grande sopravvissuta.    

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