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Il portico di casa

Pubblicato da Enzo Maria Cilento - fratel Simeone su 29 Luglio 2021, 09:39am

Tags: #attuale

Il portico di casa

Unesco o meno (e che lo riconosca anch’essa, certo conforta), i portici di Bologna sono il simbolo di un’indole cittadina storicamente riconosciuta, anche negli anni in cui Bologna sembrò conquistata al berlusconismo imperante, ai tempi del sindaco Guazzaloca. E parte di quei portici conduce fino al cimitero della Certosa a cui sono ispirate quelle volte che ricordano quelle claustrali infatti, per me almeno, per quanto laicissime e pure anticlericali lo siano state nel corso dei secoli, in una città in cui il giogo del controllo papalino è stato pesantissimo ed in genere mal sopportato.

La loro vocazione era popolare, o forse in questo si è trasformata; e le cronache di sfollati, orfani, appestati, spiantati e giovani amanti hanno popolato per otto secoli (tanti ne sono passati) quella galleria interminabile in cui tanta vita si è svolta, chiacchiericcio provinciale, artigianato e commercio minuto, e poi ancora caffè e ostelli, drogherie, giornali, sport e Bologna di calcio che tremare il mondo fa. In quei luoghi fino a non molto tempo fa c’erano i negozi di quei piccoli miti del pallone, per cui Biavati e compagnia, Pascutti Fuffo Bernardini e Pesaola; di molti di loro che nel capoluogo emiliano sono rimasti come quelli di casa, come le abitudini della colazione al banco, del cioccolato artigianale, dello spettegulezzo, della smargiassata. E da sempre con essi il luogo dell’accoglienza e dell’incontro, della inclusione - ma talora anche dell’emarginazione e dello squadrismo - per una caterva infinita di studenti fin primi tempi della Dotta, dell’Alma Mater universitaria, fino al Dams; luoghi di cui avrebbero parlato ancora poeti e cantori: Roversi e Dalla, tra quelli a noi più vicini.

Emilia in ogni caso, anzi a metà strada tra Emilia e Romagna, come dicono quelli di Reggio che rivendicano da parte loro la propria centralità, anche linguistica: i bolognesi per loro, non parlano emiliano. E poi anni della contestazione, del giovanilismo e poi anche della clandestinità; gli anni della Stazione sventrata dalla bomba e delle morti a centinaia, di gente in movimento in giorni come questi, sul principio di agosto; come quegli altri convogli scoppiati in Appennino, in galleria, depistaggi e piste nere e poi smentite e poi confermate, appena qualche giorno fa.

I portici in cui girava il ciclostile. E poi Bologna la Rossa, capitale dell’impegno civile che sfilava contro il terrorismo; gli stessi portici che restavano vuoti e spettrali qualche mese fa, per un inedito lockdown, un impossibile coprifuoco.

Sotto i portici, altezza 280cm, perché passasse cavallo e cavaliere e pure il suo cappello a suo tempo, uno immemorabile ormai, dormono quelli descritti in Piazza Grande, senza casa e senza niente, se non un bicchierino al mattino per rifarsi della notte all’addiaccio.

I portici e le processioni anche, guardate con sussiego e con distacco da sotto l’arco: l’Arcidiocesi di Biffi, conservatore, ai tempi più gloriosi ed influenti del Meeting di Cl; e i portici dove sfila in bicicletta, pure contromano, il cardinale ed arcivescovo romano, Zuppi, uno che viene fuori dall’esperienza di sant’Egidio e che di quelle povertà se ne intende.

Il patrimonio dell’umanità non è solo un posto ed un’architettura, e questo è certo. E’ tutto un mondo di gente varia ed eventuale e di quel posto in cui vive, in cui compare e poi scompare, perché è solo lì che potrebbe essere a quel modo. Dategli un altro angolo di mondo e non sarebbero gli stessi.

 

 

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