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Il frutto maturo

Pubblicato da Enzo Cilento su 24 Ottobre 2015, 08:44am

Tags: #Vita consacrata

Il frutto maturo

Lo dico senza retorica, senza quell’enfasi che non di rado accompagna certi annunci, anche perché di annuncio non si tratta. Mentre rifletto su quel tempo che abbiamo – tutti – un’altra o più stagioni, perché la nostra pianta, come il fico del vangelo, che da anni era lì a prender sole ed acqua; e frutti invece non ne dava; capisco e non da oggi che un altro tempo mi è stato dato ancora, fino ad ora, perché potessi capire e carpire ed esser concimato, per dare frutto appunto, per esser zappettato, perché quel che frutti non dava, fosse potato; e insomma alla fine andassi a dare il mio prodotto, poco molto o tanto, secondo la natura del mio fusto; ma non perché fossi tagliato e buttato via tra i rovi.

Insomma, uscendo fuori da questa metafora ormai reiterata e stiracchiata, persino sdolcinata, c’è la mia storia tutta, quella recente soprattutto, e quella in cui ciascuno può riconoscere sé stesso, a suo modo.

Le vicende ultime della mia vita, con le peregrinazioni da un monastero ad un convento, al Seminario; sono i rami e le concimazioni, i tentativi, perché arrivassi dove sono ed ormai ne son certo, senza mai essere perfetto: e chi lo è a questo mondo?

A questo luogo - non solo fisico - a cui da subito sono stato chiamato (ognuno lo è nel suo, e nel tempo opportuno); e questo era il tempo e queste le occasioni perché diventassi una cosa che funziona, che mette i suoi germogli e che dà vita, che è frutto e insieme pianta, ecco.

Sinceramente ora è come se mi sentissi grato finalmente a quanto mi è accaduto – discernimento, esperimenti: questo il nome – per tornare a capire che era questo da sempre, pur se sotto, sotto.

Ché era così da sempre; che era questo che cercavo e questo il frutto per cui ero fatto. E come il fico, vedo già frutti più maturi, sui rami. Capisco l’amore della mia giovinezza, quello vero; quello che mi ha portato persino a certe scelte all’Università, nel campo degli studi. E poi ancora il resto: gli Ordini mendicanti e il Poverello e Assisi e tante altre cose affini; ed il nascondimento e i monaci che popolano la mia fantasia, da allora, ed il mio cuore; gente che cerca e che cercava l’Infinito, come il bene da prendersi e da avere, e poi da condividere, per chi ne avesse fame. E che questo dà senso e orientamento a tutta la mia vita, ora che il tempo è quello giusto, sembra; che il concime ha fatto l’opera sua (lo sono i fallimenti, dico, che alimentano tutti: a meno che non si covi il rancore troppo a lungo); e che infine di questa pace; dell’amore per Piccarda – dico - in poesia e dei canti del Paradiso e della dolce chiostra; di quello per certi uomini reali, un po’ solitari eppur sensibili, anzi di più per questo, sento l’eredità e sento il legame; rivedo quel fil rosso che attraversa l’esistenza mia; ché quasi mi vien voglia di ridirlo in versi infatti e di danzar per certi aspetti felice, perché è come se avessi trovato la terra mia, la mia natura, quella che è da sempre.

Dove son cresciuto, talvolta trainato, trapiantato e sradicato altrove, anche da me stesso, voglio dire; ma che restava al fondo, come la voce, il nome mio, quello che sono ed ero.

Ora sono nell’aiola mia, nel solco e sulla giusta strada, ecco. E ne ringrazio Dio. E un po’ la mia tenacia e la mia tigna - come diciamo a Roma. Eccoli i compagni miei e della mia fantasia, della mia immaginazione, della mia speranza e della mia avventura, della vita.

Eccolo il frutto di quel che sogni.

So con certezza quel che desidero, tranne che i particolari ed i dettagli: quelli si scoprono man mano, per via. E avrei voglia persino di chiamare e risentire quelli che ho incontrato sulla strada in questo tempo, per dire che ho trovato. Per dire che qualcosa c’era che premeva e che esisteva – preesisteva – che si può esser felici anche dei tagli e dei capitoli, apparentemente chiusi, in fondo essenziali, inevitabili, fondamentali. Che tutti servono a far conoscere se stessi ed il destino a cui siamo chiamati.

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