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Di un Dio uomo e del gatto che gioca a fare il leone

Pubblicato da Enzo Cilento su 23 Ottobre 2015, 07:04am

Di un Dio uomo e del gatto che gioca a fare il leone

Ci hanno insegnato a leggere di Cristo la pienezza della sua umanità: “in tutto simile agli uomini, tranne che nel peccato” – ci insegnano.

Chiedo scusa preliminarmente se non riesco a fare a meno di chiedermi – come tante eresie del passato, pensieri ritenuti eretici e come tali bollati – di quale pienezza si parli in fondo; di quale pienezza di umanità (perfezione?); se questa non fu in alcun modo toccata dal peccato.

Chiedo venia – ribadisco.

Vivere la condizione di uomo – dico – e non vivere l’errore e la fragilità, sembra quasi che ne faccia altro e di più. – sia detto con rispetto e amore vero, ammirazione – Non dico un homo dimidiatus, cioè un uomo a metà, per dire.

Il peccato e sbagliare; scegliere ciò che sovente ci è di nocumento, che ci rovina, anche per ignoranza, talora per capriccio; ciò che ci porta a compiere scelte azzardate ed errate (quante!); l’errore e l’essere erranti e talora errabondi (e tutti lo siamo, lo siam stati e lo saremo ancora) - perché la chiarezza non è di questo mondo e neppure della nostra condizione - è così connaturato all’uomo; che non poterlo fare, l’esserne premuniti e preservati mi sembra a volte – chiedo perdono - che non faccia di un uomo, un uomo pieno, un uomo “uomo”.

Mi sveglio stamani con una domanda impertinente e soprattutto dolorosa, di quelle cicliche, chissà da chi suggerita, riemersa nel corso della giornata di ieri, mentre camminavo, bel bello che sembrava don Abbondio in mezzo al verde della mia collina.

Domanda che ai più potrà sembrare oziosa e pleonastica, per dire; ma che non smette di interpellarci: che è da sempre nella nostra storia.

Così come d’un tratto mi sovviene di interrogarmi – ne va di conseguenza – se la coscienza consapevolezza di Cristo di essere figlio di Dio fu allo stesso modo perenne e innata, sempre; se lo accompagnò fin dall’infanzia (e sembrerebbe di sì; se si pensa a quel che dice ai suoi, una volta ritrovato nel tempio); se mai venne a deflettere essa, come accade ad ogni uomo pur se di carattere e forte; se talora cadde nel dubbio questo, o ancora nell’oblio.

E se così fosse dunque, come avrebbe potuto mai sbagliare e peccare; e in fondo contro chi. Bella domanda!

Il che non mette in dubbio e in discussione le certezze della mia (povera) fede, ma mi pone questioni alle quali non riesco a dare una risposta, che son poi quelle di tante e tutti di fronte a molte cose e molti fatti.

Sono le stesse cui rinviano coloro che obiettano la diversità della condizione personale rispetto a quella dell’uomo che era pienamente uomo ma che era pure insieme Dio; e che alla chiarezza alla consapevolezza alla forza propria doveva la sua virtù – mi si oppone - il suo non poter sbagliare e peccare in alcun modo; in alcun modo maledire e tanto meno bestemmiare: contro la vita grama e contro il tradimento degli uomini, quello certo e finale, scontato.

A questo si espose senz’altro il Cristo – mi dico - sapendo che lo avrebbero venduto e condannato; e volle conoscere appunto il dolore di un uomo abbandonato e crocifisso, sacrificato.

Volle conoscere cosa significasse essere uomo, sì (come se prima non lo sapesse vista la sua onniscienza, la sua preveggenza …).

A meno che la preveggenza non si fermi di fronte alla libertà di ogni uomo e delle scelte sue. Forse non era detto che chi lo ha venduto lo vendesse (eppure dice che era scritto!); e neppure che lo mandasse a morire chi poi lo ha mandato a morte tra Pilato ed Erode.

E’ un bel groviglio, di fronte al quale se c’è davvero questa conoscenza diretta della condizione umana, condivisa, non può non esserci di suo la comprensione, la misericordia di Un Dio che vede come sia difficile essere uomo, non sbagliare valutazione; giudizio e condanna; salvezza e assoluzione. Noi uomini esposti a valutare male le persone e i fatti; esposti alla tentazione di volere e di possedere tutto; di scambiare creature corpi e Creatore; incapaci spesso e sempre quasi, di capire quello per cui vale la pena vivere e tentare, quando non diventa ostinazione; e invece quando è solo chiarezza di fini e di obiettivi, carattere e temperamento; buone intenzioni e pessime realizzazioni e traduzioni.

Così non posso fare a meno di pensare, quando mi accade, a quel bambino Cristo da tenere in casa (“fino a che punto era bambino, se la stessa iconografia orientale lo presenta con il volto adulto sul corpo di un bambino, consapevole di quello che sarebbe stato?); che chissà se sa giocare e gioca come gli altri dell’età sua, Lui che di età in fondo non ne ha alcuna; se avrà rubato le pere del vicino come Agostino e nascosto il furto ai suoi ed ai vicini venuti a protestare.

Se avrà ragionato da ometto a otto anni, quando noi nulla ne sappiamo e con quale atteggiamento in casa; e poi di seguito fino alle soglie della pubertà e dell’adolescenza e dei turbamenti dell’amore appena più che infantile. Se, essendo l’uomo trentenne che va a morire, dimentica come se avesse intinto il dito nello Stige per scordar la sua natura, che quella morte non chiede vendetta, ma è sempre e solo un prezzo da pagare alle proprie idee, al proprio amore, alla propria decisione “folle” di farsi uomo per viver come lui, quasi in tutto (già. Ma non nel peccato!).

Come se Dio a un tratto si fosse sentito solo, come Adamo che sente la solitudine di non avere un’Eva accanto; e che per questo viene accontentato.

La solitudine di Dio. Possibile?

Come la solitudine dell’uomo, di quel ranocchio che non sa star da solo e che Dio si chiede “ma perché?”, quando invece tutto attorno è perfetto invece; ed è proprio infatti un Paradiso.

Quelli che si chiesero di queste cose, monofisiti e affini (ma sono tesi che non sottoscrivo. Solo ne giustifico domande), diedero risposte che non sono in grado di dare, né questo era il punto per me, adesso.

Pensavo a quel modello inimitabile che si vuole imitare e che non è possibile a tutto tondo, perché fu simile sì, ma non nel peccato; e se uno non sbaglia e non può sbagliare è sempre su di un altro gradino e ad un livello diverso – intendo dire.

Lui perfetto e lontanissimo – si rischia di pensare – e noi qui a fare i conti con la nostra predisposizione, quella sì e naturale, a sbagliare, a prender cantonate e abbagli, a sottovalutare o il suo contrario; a ondeggiare e barcollare ad ogni piè sospinto; che diversamente proprio non si riesce a fare.

Mi viene in mente la favola del gatto che vuol fare il leone; che lo vorrebbe imitare; che non ha la stessa stazza e cui mancano gli stessi artigli.

A cui viene da arruffare il pelo per mettere paura e fa un po’ ridere per questa sua presunzione. Forse il Cristo volle provare cosa significhi esser gatti a questo mondo e cuccioli. Che fanno tenerezza appunto e spesso il leone se li mangia infatti e non c’è verso di mettergli la museruola.

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